sabato 22 novembre 2014

Stomaco


Il meccanismo delle tue braccia
mi ha sempre affascinato
bacchette di pelle inconsistente
sul piatto vuoto dei miei occhi
e per quanto avvicini la mia bocca
c’è un pezzo di te che si disperde
che rotola sotto la sedia
tu finisci
e il mio stomaco guarda la finestra
potrei usare la mia forchetta preferita
potrei provare con le mani
con le impronte digitali
distillarti in gocce
e poggiarti sotto la lingua
ficcarti una cannuccia dentro al cuore
e soffiarci dentro per fare le bollicine
ma prima c’è bisogno di pulire
di sgrassare tutto lo schifo accumulato
sotto quest’anima di legno
tutte le frasi schizzate sopra muri
i respiri avariati sui battiscopa
gli aloni dei tuoi sguardi
che hanno visto la mia fame.

mercoledì 19 novembre 2014

Pecora nera

La mia pecora nera è nuda
in un prato di bicchieri rotti
di fili d’aria legati ai sogni
mette in scena la stupida attesa
di una goccia splendente
che possa accarezzarle le ossa
ha indossato la mia giacca grigia
per pudore e per non morire di freddo
mi ha detto
ti regalo i miei occhi
piccoli e neri come quello che mi esce dal culo
puoi farne quello che vuoi
legarteli al collo
o gettarli in faccia all’ inverno
si siede composta
facendo una smorfia al sipario
che non so più a trattenere.

martedì 18 novembre 2014

La casa



Non ho mai avuto una casa
se non questo cuore pieno di stanze
alcune affacciate all’ interno
altre masticate dalla strada
alle finestre non ci faccio più caso
saranno stati gli spifferi
con i loro denti sottili
ho una febbre perenne
e una tosse continua
che scuote queste pareti annerite
ma qui mi tocca abitare
in un cerchio di carne
che trema persino la notte
e il tempo qui fuori
è una donna perplessa
è la spia luminosa
di un auto in divieto di sosta
mangio con rabbia
proteine e frasi azzeccate
passo la cera per cercar di cadere
e sentire il fiato spezzarsi
scrivo sui muri
indirizzi sbagliati
e doverose precisazioni
ho messo all’ ingresso
una sedia e un bicchiere di vino
per chi sale milioni di scale
e una porta scorrevole
per tagliare la voce
a chi cerca di entrare.

lunedì 17 novembre 2014

Ritardi

Mi portano al largo
per poi buttarmi in un piscio di pensieri
ancora un po’ caldi
un poco vivi
li non si tocca
neanche con mano
mentre mi scompongo
qualcuno pensa al Natale
a come insegnare ai bambini
ad allacciarsi le scarpe
al tram fuori servizio al Verano
alla differenza tra resistere e restare
ma guarda quella luna bulimica
sputa avanzi di nuvole
come fossero unghie
e le onde hanno visi appuntiti
che mi spaccano le labbra
con quei rossetti da battaglia
quelle lingue collose
ma prometto di non urlare
di far passare avanti la fretta degli altri
in fila al supermercato
prometto brividi di freddo
e posacenere puliti
di non guardare in quel modo
le tette della tabaccaia
prometto di annegare con stile
come fanno i sassi
di non appoggiarti più
l’orecchio sul petto
per sentire il mio respiro di conchiglia
di lasciarti cercare il mio corpo
tra le mensole impolverate
e i cuscini di un divanoletto.


lunedì 10 novembre 2014

Lo specchio


Adesso sei vetro e catrame
sei la mia caviglia storta che bestemmia sottovoce
sei la sordina dei mesi che vibra ostinata
sei la luce di schiena che muove un poco la testa
sei la carta bruciata che vive dentro una mano
sei questo sole gregario che scarta le foglie del viale
sei la caramella alla menta caduta sul marciapiede
sei le stupide dita sterili e precise che seguono un filo
sei la voce straniera che ipnotizza la strada
sei il segnalibro sporco di vino
sei un viso di calcare sul lavandino
sei una bianca boccata di fumo
sei il divano dove ho nascosto minuti di gioia
sei un bambino che fa una domanda
sei un mare immenso pieno di pioggia
sei la distanza esatta tra qualcosa e qualcos’altro
sei lo specchio e la sua ragione
sei stato delle cose e agitazione
sei la sera ruffiana del giorno
sei l’ora d’aria di una galera
sei i non ricordo i pressappoco i buonasera
sei la mia faccia sigillata
che fa le smorfie dentro una maschera nera.

sabato 8 novembre 2014

L'immortalità delle meduse

Poi si pensa
a quando eravamo alti così
e ci stava stretta
persino l’ombra sopra il muro
a quando seduti sulle rose
non eravamo niente di più
e niente di meno
al sudore sulla fronte
un mosaico di pensieri
a cui mancava sempre un pezzo
al voltaggio incongruente
di certe anime disperse
al calore fuori luogo
padre dei sorrisi
ora penso
a come attraversare indenne
il dito puntato delle finestre accese
alla medicina rosso scuro
che bacia la mia lingua
all’immortalità delle meduse
al cielo color confetto
che si spacca in solitudine
al cambio di stagione
al pulsante che mi accende
ogni morso sulla pelle
alle canzoni cantate in strada sottovoce
al mio nome finito per sbaglio in lavatrice.

giovedì 6 novembre 2014

Aspettami


Aspettami
con la schiena dritta
senza pelle
sull’orlo disfatto della strada
all’angolo delle tue mani
bagnate come stracci
e stese nelle tasche
aspettami
senza parlarti in gola
nascondi le intenzioni
possono servire
guarda l’orologio che muore
e fissa l’istinto omicida delle nuvole
che gareggia col suono dei tuoi occhi
aspettami ancora un poco
inganna il tempo
con un altro tempo
con una musica sottile
io non sono certo di trovarmi
il solito anticipo pauroso
che non mi porta ad arrivare.

martedì 4 novembre 2014

A cosa serve


A cosa serve questo starnuto trattenuto
una mano d’aria che ferma qualcuno già andato via
e questo tempo perso a cercare qualcosa che avevamo messo lì
una penna col tratto giusto
un sapore fotografato
colorare il fondo degli occhi
e spacciarli per sottobicchieri macchiati di lacrime
a cosa serve barricarsi dentro i cappotti
guardarsi di sbieco nella vetrina di un bar
e vederci riflesso il rumore di un battito d’ali
nascondere le sante parole e quelle messe a seccare
l’odore di insonnia nelle crepe dei muri
a cosa mi serve tutta questa gente
immobile nel furore e parlante nei baratri di mani fredde
questo rendersi conto utile quanto un bacio scarico
siamo noi queste foglie indovine
infilzate nei denti della strada
noi i pezzi di giornali
le dimostrazioni d’affetto
i segnali di presenza
i giri a vuoto
tutti i non so che fare
noi i lampi e i tuoni
la polvere sugli schermi
si passa da un fotogramma all’altro
come piccole onde dentro un bicchiere
senza un sorriso degno di nota
che faccia fermare il motore del cuore.

giovedì 23 ottobre 2014

Tra una cosa e un'altra


Tra una cosa e un’altra
ci son state nascite e morti
colpi di spugna e colpi di tosse
bicchieri rotti e mani di rame
amori da due soldi
file al supermercato
fibrillazioni e ultime pagine
ci sono stati applausi
vento e colletti alzati
sesso spinto
e davanzali gelati
carambole
rimbalzi
biglietti di carta e telefoni staccati
ci sono state ombre sul pavimento
esplosioni
la saliva dei baci
domeniche sotto vetro
coltelli di caldo e musica adatta
profumi strazianti
e nervi accavallati
ci sono stati occhi strizzati
piante seccate
valige pesanti ed errori arbitrari
sogni confusi
risate a portata di mano
coliti spastiche mal di testa
attese
e gioia ingombrante
c’è stata la neve
e quintali d’inchiostro
distacchi
frenate improvvise
e gelati al pistacchio
chilometri e muri
accendini e tappi di birra
ci sono stati i fantasmi
le feste
promesse incompiute
asciugamani bagnati
cibo avanzato
e terra da recuperare
ci son stati passi leggeri
e nascondigli perfetti
ore buttate e forme intraviste
cose perdute e cose scordate
guadagnate e vinte alla sorte
tra una cosa e un’altra
va bene
va tutto bene.

lunedì 13 ottobre 2014

La riva


Se mi avessi guardato attentamente
avresti notato il mio tetto pieno di neve
dove ho piantato gerani d’acciaio e parole avanzate
dove ho nascosto buona parte dei Lunedì rotti
e spacciati per grandi giornate
hai visto invece un cielo di polvere
da scacciar via con la mano
e una panchina sbronza di pioggia
che vomitava foglie e stanchezza
tra coincidenze e miracoli minori

e se tu avessi parlato più scuro
in tutto questo bianco che ti porti al collo
ora potrei evitare di stringerti i passi
di stare a guardare dalla parte opposta del vetro
e stringere tra pollice ed indice la tua candela
magari smettere di incolpare le mie mani troppo asciutte
che sciocche si sono impiccate ai tuoi occhi
così indifese davanti al quel fuoco
ma hai squarciato l’aria col tuo fumo da circo
e la mia pelle con i sospiri di un gatto

poco importa se la gente camminava leggera
come meduse in acqua oleosa
nessuno ha osato spingersi oltre
cambiare sguardo o destinazione
nessuno si è fermato sulla quella riva di incomprensioni
dove due esseri viventi soltanto vivevano.

martedì 7 ottobre 2014

Somiglianze


Assomigliava a te
il sogno che ho fatto stanotte
asfissiante e gelido da finestra rotta
tutto spie luminose
e frammenti di specchio nei piedi
le stesse tue mani identiche a reti da pesca
e le mie dita incastrate lì dentro
incapaci di sedersi in maniera composta
sulla sedia di pelle delle tua schiena
persino la parte ferita delle lenzuola
aveva il tuo sangue argentato
un mare calmo da calpestare
sarebbe stata una foto perfetta
anche la voce era quella dei tuoi anelli
delle tue collane
solo più vuota come se mancasse una corda
ma per certa musica basta il pensiero
e bevevo la cera delle candele
per il calore e per fissare in un attimo
la parte che non posso mostrare
ma forse mi sono confuso
appeso ai tendini degli sbadigli
e svegliato di colpo da un crampo al soffitto
che agonizzava di bianco.

lunedì 6 ottobre 2014

Desideri


Vorrei rubare ai gatti l’arte di nascondersi
ai cani
quella di ritrovarmi
alle porte che sbattono
il primo secondo di silenzio
ai passi incoscienti
la fermezza
alla lentezza tutta la nausea della sbronza
alle labbra
la capacità di cancellare
vorrei rubare agli occhi le matrici delle lacrime
ai denti
la rabbia della fame
all’aria il battente profumo del pane
alla pelle
i graffi a forma di sorriso
ai bicchieri il loro cielo capovolto
ai letti sfatti
la forma di un ginocchio
vorrei rubare al sole il suo russare
alla strada
la paura di tornare
ai pensieri la maestria di confondere
al fumo rumore e confusione
alle stazioni i piedi appoggiati alle ringhiere
ad una stanza vuota
la sua pelle a buccia d’arancia
alla mia pancia
un’idea ingombrante e malandata
a te un pezzo di ombra
da far dondolare con il palmo di una mano
senza che tu te ne possa accorgere
senza che io me ne possa pentire.

mercoledì 1 ottobre 2014

La sigaretta delle sei

La sigaretta delle sei l’ho fumata in strada
appoggiando la schiena ad un muro
e la gente scavalca il mio fumo
mentre palleggia con gli occhi
come piccole palline di ferro
anche loro hanno una testa e un corpo
possono avere o non avere filtro
anche loro possono fare male
possono essere schiacciate
o infilate dentro un cassetto
passare di bocca in bocca
come una frase spolpata e ridotta in ossa
ma continuano a cavalcare sbadigli
a scandire illuminanti cambi di direzione
ma quanto è durata la mia sigaretta?
Non lo so
un morso ad un' unghia
o lo scricchiolio di una vertebra
mi sono leccato le labbra
e ho sentito il sapore di pioggia
mi è passata la sete
mi è passata davanti
con precisione e lentezza
è rimasto solo un vago sentore di voglia
svanita come i sogni
che si smarcano dai nostri ricordi.

lunedì 29 settembre 2014

Settembre morto


Settembre morto sotto al tappeto
tra le briciole e i capelli confusi
pare un insetto scuro
o la scheggia di un bicchiere caduto
mostra i suoi ventinove denti
che sparpagliati formano un sorriso ambiguo
pieno di santi e scarabocchi di penna
quello che resta ha gli occhi bendanti
e dorme dentro lo sgocciolio di un lavandino
lo so che se potesse parlare
mi direbbe hai perso un bottone
hai sbagliato persona
e tempo
e parole
io voglio stare a guardare questo mare
che è solo un muro di carta
dove scrivo il numero delle foglie cadute
e la tua faccia impressa che è la stessa da milioni di anni
lo so che con un colpo di scarpa
scaccerò via  la mia ombra estiva
e tutte le bugie che ha nelle tasche
come un pazzo a saltare
nel campo minato della mia anima.

martedì 23 settembre 2014

19:06


Piovono pezzi di specchio
dicono si chiami stagione dei riflessi
denti di cielo macchiati di grigio
appollaiati sul dorso di attese pericolanti
si guarda lontano
si guarda la linea della vita sul palmo della mano
e un sorriso è caduto e mi ha tagliato il sorriso
c’è passato nel mezzo
un sussurro di vento di mare
impossibile da capire
eppure evidente come il guaito di un cane
scompare una spalla
che affoga la corsa sfrenata di pensieri in discesa
e fa buio fuori dai vetri
negli oblò delle lavatrici
nelle ossa dei cassetti richiusi
dentro gli occhi spremuti da onde saline
dovesse mai uscire da lì
qualcosa che ci è sfuggito.

lunedì 14 luglio 2014

Segmento



Il punto A non muove più una gamba. Dice che è la stanchezza, l’umidità. Una serie di condizioni sfavorevoli lo hanno portato a sedersi sul divano in maniera disordinata, con la gamba offesa rivolta verso la finestra aperta, come un carcerato che fissa solo le sbarre e non lo spazio di cielo che sta nel mezzo. Tra poco mi passa dice al punto B, che intanto passeggia avanti e indietro tra il tavolo e il muro. In effetti, sei sigarette e mezzo dopo, il punto A si alza e chiude la finestra.
Volevo farlo io, dice il punto B, ma stavo pensando ad altro, mi è passato di mente. Hai fatto bene.
La gamba non mi fa più male, sussurra il punto A.  Sai, ho contato i passi che hai fatto. 11980.
Sono chilometri eppure siamo entrambi qui, fermi. Io sono stato immobile, tu hai camminato ed eccoci qui. Fosse stato il contrario non sarebbe cambiato niente, saremmo sempre stati qui.
Dove vuoi arrivare, dice il punto B.
Da nessuna parte, fa il punto A.
Il silenzio sale le scale, arriva sul pianerottolo ed entra dalla porta. Si mette tra il punto A e il punto B che intanto si sono sdraiati sul piano del letto, l’uno di fianco all’altro, e comincia a parlare
per mezzo del respiro, dello schiarire di gola, dei gesti involontari.
Il punto A si alza sui gomiti e si sente il rumore di una rottura, forse la scapola destra o una molla del letto, non si sa, poi un colpo di tosse, poi un altro e un altro ancora. Il silenzio si è addormentato e scivola sul pavimento, dentro una scarpa rovesciata, nelle fessure della tapparella.
Oggi leggevo che il punto è ciò che non ha parti, non ha dimensione. La cosa fondamentale è la posizione. Vedi punto B, il nostro problema è proprio la posizione.  Non è che possiamo cambiarla.
Cosa saremo altrimenti? Buttati in un’altra posizione?
Non lo so, dice il punto B. Ma credo che il problema vero sia quel pezzo di vita tra te e me.
Ora siamo qui e parliamo, ci stringiamo le mani ma siamo solo un segmento di tempo e quello si sa non conta niente o forse è fondamentale.
Ci si stanca a corre su questa retta, sibila il punto A.
Ma anche a starci fermi.
Anche a tracciarla col pensiero.
E pensare che io vorrei quello che vuoi tu, dice uno dei due.
Eppure non siamo stanchi.
No, siamo solo distanti.
Una mosca si aggrappa all’orologio sul muro che in effetti non ha lancette, segna un tempo a caso come quello che sta dentro una mano. Si alza in volo e comincia a girare in tondo e si lancia dalla finestra al lampadario e viceversa, il suo ronzio furioso accarezza la guancia del silenzio che lentamente si sveglia fissando la faccia spenta del televisore.

domenica 13 luglio 2014

Treno


Sono su questo binario e nonostante abbia un biglietto di andata ed uno di ritorno,
non so dove vado e da dove vengo.
La mia valigia si blocca ogni tre passi, pare un cane che si ferma a pisciare ad ogni albero. Strattono, e lei continua a seguirmi con la testa bassa e le ruote piene di fango.
Non c’è nessuno. Sono in anticipo come mia abitudine.
Mi siedo sulla panchina e mi rendo conto che anche l’estate è tremendamente confusa.  Fa freddo e piove. Una pioggia ronzante che cerca di attirare l’attenzione a colpi di raffiche, un pianto assurdo di fame per quelle ipocrite nuvole sazie, bocche grigie che dovrebbero vomitare in un altro momento, non adesso.
Mi sveglio a Firenze.
Stiamo entrando a Firenze, dice la voce, come si entra nel corpo di una donna.
Dove sono stato fino ad ora? Non ho dormito, ricordo solo di aver fissato la cucitura del sedile davanti la mio.
Sono in movimento, la valigia è sopra la mia testa, la mia testa è da qualche altra parte.
Sono su questo treno e guardo fuori ma c’è solo buio. Sono su questo treno e non so se riuscirò a scendere al momento giusto, non so se qualcuno e qualcosa mi aspetta all’arrivo, non so cosa lascio alla partenza. Se arrivasse il controllore e mi chiedesse il biglietto risponderei : non so.
Vorrei fumare ma non si può. Adesso vado in bagno e mi accendo una sigaretta, ma non ho il coraggio, adesso vado in bagno, mi chiudo la porta alle spalle e mi infilo la maschera.
Esco e c’è un uomo in piedi accanto al distributore automatico, deve aver indossato anche lui la sua maschera, ci guardiamo sistemandoci entrambi gli occhi posticci che tendono a cadere giù.
Ci riconosciamo mentre beviamo quel caffè ignobile, mentre un sussulto di rotaia ci sposta le labbra in un sorriso al contrario.
Solo ora, tornato al mio posto, mi accorgo dei passeggeri. Sembrano pezzi di cibo non digeriti dentro uno stomaco gonfio e gelato. Fermi, pronti ad essere espulsi. Ciondolano la testa, dicono frasi del tipo: il corso è andato bene, ho mangiato questo ho mangiato quell’altro, ci vediamo a casa, anche io, anche tu. Frasi che sbattono sui finestrini, che macchiano i sedili vuoti, che scivolano dentro pacchetti di patatine, dentro pagine di libri, dentro attese sgocciolanti, ulcere di segnali assenti.
Sono passate alcune ore, dall’altra parte del mio cervello c’è il sole. Appiccicato tra le gru dei cantieri e la pubblicità di una compagnia aerea. Ore in cui il mio cuore si è fermato, condizionato dall’aria, spremuto dalla musica dentro le orecchie, usato per attutire la fame.
Sono alla fine di un buco, e alla fine c’è un altro buco, c’è un esercito che mi cammina alle spalle, mi fermo e lo lascio passare ma il rumore assordante continua a schiacciarmi le tempie.
Sono arrivato o non sono partito.
Le solite domande, quanti pezzi ho perso?  Quanti ne ho messi in valigia?
Lei, la valigia, continua a seguirmi, un cane nero a rotelle coperto di peli di gatto, una’assurda combinazione di istinti che mi porto dietro come un’ombra asfissiante.
Ora sono qui su questo binario, a contare i sassi, tra il rame e la carta dei panini, tra i cadaveri di sigarette e bottiglie vuote, che aspetto un altro treno, o lo stesso, preso al contrario, che sento la voce meccanica che invita ossessivamente a non oltrepassare la linea gialla, e i tuoi capelli gialli che oltrepassano improvvisamente la mia anima in ritardo come un raggio di sole nel liquido degli occhi. 

sabato 17 maggio 2014

La bilancia




C’erano scogli di cartapesta che arginavano il vento il bottiglia
uomini e donne presero gli attimi e li misero sulla bilancia
da una parte un dente spaccato dall’altra due dita intrecciate
un martello sul fondo del mare e una foglia sul pelo dell’acqua
una bocca e una coda
un respiro profondo un polmone rotondo
da una parte lacrime scure dall’altra un bicchiere
poi un cuore gonfio e una catena di nervi
un sorriso e uno morso alla lingua
misero insieme mucchi di sabbia e palmi di acqua stagnante
chicchi di grano e sassi dentro le scarpe
sogni impazienti e realtà masticate
i piatti della bilancia ingoiavano momenti
come se fossero pozzi o buchi nel cielo
uomini e donne continuarono sgomitare
cercando l’armonia in un pezzo di disordine
offrirono ai piatti un treno e un muro di cemento
una voce e un profumo
un proposito e un fallimento
misero applausi e lampadine fulminate
pianti di madri e barche incagliate
il frastuono e lo scheletro di una conchiglia
bugie a fin di bene e verità andate a male
numeri dispari e numeri pari
corse sui fili e ombre ammaestrare
provarono a trovare il verso
la soluzione e la scusa
il senso il cardine e l’attesa
finché su i piatti arrivarono insieme la vita e la morte
col passo lento di chi non ha fretta.

giovedì 15 maggio 2014

Immagino



Immagino
oramai immagino continuamente
che mi spuntino due ali sulle mani
per farmi volare la faccia mentre caccio via il mal di testa
che la mia voce arrivi li in fondo
e riporti indietro risposte e schegge di legno
immagino di mettere un piede
in quel buco di notte
dove c’è la polvere degli occhi sgranati
e cadere in braccio al tuo braccio coperto di fumo
c’è un piano inclinato dove colano gli equilibri
sembrano pezzi di carta impregnati dal sudore di lettere
che sognano il fuoco di un dubbio
immagino costantemente
strade piene di terra sottile
battute da risa di donna che spazzano via i grumi di nuvole
immagino di avere tonnellate di fiato
di parole e di scatole da buttare
di passeggiare in silenzio
e voltarmi di scatto sentendo una voce che spacca il mio nome.

lunedì 5 maggio 2014

Che rabbia i riflessi che ci prendono in giro


Che faccia hai mentre ti lavi i denti
che faccia hanno i denti mentre decapitano un’unghia
che tipo di pianto arriva dalla finestra
che vuole la mosca che parla a voce bassa
che strada devo prendere per arrivare
che cosa devo fare una volta arrivato
che cazzo e che strazio
che azzurro stonato accasciato negli occhi
che cosa ti avevo detto
che cosa mi avevi accennato
che strano questo filo di ferro che ci tiene in piedi
che rabbia i riflessi che ci prendono in giro
che dice il tuo orologio invecchiato
che tempo ho sputato senza farmi vedere
che posso bere per darmi del tu
che pensi mentre ti graffi le braccia
che canti sotto la doccia
che futuro ha la tua ombra
che nascondi dietro la schiena
che ci fai con quelle nuvole in mano
senti che freddo e che pace in questo castello di sabbia
appoggiato sulla mia testa bagnata.

sabato 3 maggio 2014

Una virgola


Sapevo cos’era tutto quel freddo
sapevo che mi avresti preso la mano
e ci avresti chiuso dentro una bomba
la gente intorno piegava le gambe degli occhi
scivolava nei telefoni
loro sono esplosi
in una miriade di consonanti e sibili
risate e respiri silenziosi
sapevo che sarei rimasto vivo
a guardarmi le vene pulsanti dei polsi
col tuo cuore nella mano
che assomigliava da una mela scura
lasciata sopra il frigo per settimane
resteremo digiuni
ma non moriremo di fame
e parlavi con le mie scarpe
mentre il sole riprendeva a tremare
mi sono nascosto tra il seno silenzioso
dei palazzi vogliosi di attenzione
come uno stupido ciondolo
senza valore
ero fuori
e tu eri già una virgola
una macchia appuntita
e sono riapparsi tutti
perfettamente funzionanti
riprendevano la loro danza meccanica
di parole inutili.

mercoledì 30 aprile 2014

Respirare



Ecco la città gonfia
con un filo di voce canticchia nevrotica
su una musica di antifurto
si spoglia e il suo culo bianco
rotola dentro gli occhi tenuti socchiusi
perché questa è una luce violenta
che prende a sassate i vetri e le porte
e ride durante il funerale di un gabbiano
mastica i saluti di noi uomini
mentre ci disperdiamo in mozziconi di sigarette
in tacchi infilzati in un cassonetto
nel menefreghismo di una pianta rampicante
entro in un bar e mi accorgo
che oggi ho dimenticato di respirare
succede spesso
di dimenticare
di respirare
di ritrovarsi in mezzo ad un’eclissi totale
e vedere in modo chiaro
fantasmi che giocano a carte
e distinguere una ad una
le gocce di pioggia dentro un bicchiere
capita di ficcarsi le mani
nelle tasche del cervello
a cercare gli spiccioli per pagare i conti
ho ripreso a respirare
e non successo più niente
o è successo tutto.

martedì 29 aprile 2014

Rotture


Le cartoline di Magritte
sono quasi tutte crollate
detriti di sogni
nel fondo della cornice
il Mi cantino della chitarra è saltato
come un dente affilato
che morde le vertebre di una canzone
lo zaino ha la bocca spaccata
le sue labbra così spalancate
piene di pioggia da fuga interrotta
la pagina 80 si è strappata
perché tra quelle righe immense
si parlava di vento
la punta della matita si è spezzata
mentre scrivevo con forza e furore
il passato remoto di amare
ed io mi sono rotto in piccole schegge
sbattendo la testa sullo specchio delle mie mani.

lunedì 28 aprile 2014

Il sangue dal naso


Lui si tocca con un polpastrello il sangue che cola dal naso
è la rappresaglia di qualche pensiero
che ha preso la medesima strada che fa il  respiro
le cose si spezzano
i capillari
le ossa delle apparenze
anche le nuvole
ma sembra che niente accada e cambi
ci sono i fazzoletti
le maschere
e il sole che cade nel bianco degli occhi
come un rosso d’uovo
lui si tocca la pelle morta che non vuole morire
gli aggettivi usati per foderare le frasi
che invece guardano fuori per essere convinzioni
in questo mare di metallo fuso
di scosse alle gambe
si tocca con la punta dei piedi
sbracciandosi
abbracciandosi
innamorati dell’equilibrio
che è solo una busta di plastica rigonfia d’aria
lui si odora la schiena gelata
mangia la propria ombra per cena
usa tre quarti di testa e un pezzo di cuore
per ricordarsi la strada da fare
e il sangue dal naso continua ad uscire
come la musica dalla radio del bar.

martedì 15 aprile 2014

Rifiuti


C’è un uomo che vive nell’intercapedine delle mie parole.
Fa una vita tutto sommato regolare, durante i miei silenzi, dorme.
Un lieve russare mi ricorda che c’è, ricorda il rumore deciso di una mandibola che mastica arachidi salate;  quando cambia posizione il suono per un attimo cessa, il deglutire copre ogni presenza.
Penso sia un uomo. Questo che vive nell’intercapedine delle mie parole, dico.
Ha le fattezze di un uomo, anche se non ci giurerei.
Ogni tanto lo vedo in piedi, di schiena, con una mano appoggiata su un fianco e l’altra invisibile, inghiottita dalle sue spalle.  
Poco fa era li, al solito, nella stessa posizione.
Sto pisciando sussurra.
Allora è un uomo.
Con la testa reclinata all’indietro mi dice che sta buttando fuori tutte le parole che avrei dovuto dire e non ho detto, i rifiuti.
Non servono a te e non servono a me. Ne avrai di nuove ma saranno sempre le stesse.
Diventeranno cose che non avranno più valore, certo, alcune le potrai riciclare, potrai far fesso qualcuno spacciandole per nuove, ma di certo non potrai fregare me.
Si è spostato di lato, come fanno le tende la domenica mattina per far passare la lentezza della festa,
ed è sparito.
Dopo la scintilla dell’accendino e la prima boccata di fumo non c’è stato più un rumore, tranne
quel costante suono di mandibola dedita a frantumare.

venerdì 11 aprile 2014

Soldatini


E’ incredibile quanto io assomigli ai sogni che faccio
e quanto sia uguale alle cose che dimentico
mi racconto qualcosa davanti al fuoco spento delle mani
che danno sollievo ad un prurito di sole
o carezzano una guancia  ferita da un sorriso esploso all’improvviso
ma sono dieci dita racimolate nel cassetto delle cose lasciate andare
sono armi scariche spedite alla guerra delle parole e dei gesti
e quando questi dieci soldatini di carne e di ossa
mi diranno cosa hanno stretto e cosa hanno dimenticato e cosa hanno soffocato
o in quale angolo hanno perso la testa
io li sbatterò sul muro sentendo un dolore privo di forza
li costringerò a mostrarmi le forme che hanno inventato
ma la mia rabbia si trasformerà in gelo
ci arrenderemo tutti immersi nell’acqua rossa di un bicchiere
cercando alibi e appigli per tenersi in piedi
almeno fino alla prossima lotta
in cui affonderemo in un corpo di carne tremante
sul pelo di un animale
in cui toccheremo i lineamenti della realtà
o in tutta quell’aria che ci viene incontro.

mercoledì 9 aprile 2014

Distrazione

I bambini piangono gli alberi sono rosa
e la tua faccia in negativo sporca la camicia del vento
che non dice niente
starnazza come la bandiera del mio respiro
viene strappata e non dice niente
è un partita patta tra sole e ombra
una noia spalmata sul campo
è un dito della primavera
quello usato per accusare
chi ha l’ultima scusa
prima dell’ultima sigaretta
un dito che spunta come una cresta di gallo
pronto a svegliare
gli starnuti dei progetti futuri
nascosti nelle borse ondulanti
tra i cellulari scarichi e i deodoranti
in mezzo alle ore dilatate
lunghe
come il caffè del barista distratto
che ti chiede te lo rifaccio?
Anche io mi distraggo
e mi distruggo
ma va bene così
la testa in bilico tra le spalle e i cartelli affittasi
guardo il mio cuore senza calzini
che si perde in un bicchiere d’acqua
e nessuno che mi sappia dire
chi attraversa chi
nell’immobile starsi a guardare.

mercoledì 26 marzo 2014

On Off


L’uomo spegne la luce. La donna la riaccende.
Vanno avanti per un po’, forse dieci volte. On-Off. On- Off.
Probabilmente più di venti.
On-Off, On-Off, con pause sempre più brevi.
La lampadina muore con un ronzio. On e Off diventano uguali. Come guardarsi allo specchio al buio.
-Hai vinto tu-
-Ovvio-
-Col cazzo che hai vinto. Posso prendere l’accendino ed attaccarti la fiamma sugli occhi.
Posso darmi fuoco ai capelli. Posso cambiare la lampadina.-
-Viviamo in un labirinto. Potresti non tornare.-
-E’ un’eventualità. Come tutto.-
La donna si muove lentamente nel buio, urta contro qualcosa.
-Ti sei fatta male?-
-Tu? Ti sei mai fatto male?-
-Si.-
-Voglio accendere la televisione. E fare luce.-
-Su di me?-
- Anche. Ma so che riuscirò a vedere solo la tua nuca. E’ molto più espressiva della tua faccia.-
-Grazie.-
La donna muove la mano nel buio, come fosse immersa dentro acqua nera, sfiora il muro freddo e tornando indietro sulla traiettoria fa cadere qualcosa, un bicchiere.
-Tanto era vuoto.-
-E’ colpa tua. Tu sei questo. Il buio. Questa è la tua condizione perfetta. Immobile. Pesante. Il bicchiere non si è rotto e tu credi di essere salvo.-
-Io credo che quel bicchiere neanche esista.-
-Lo so. -
-Lo sai? Vedi, non hai bisogno di vedere.-
L’uomo fa due passi indietro. Altri due. Capisce di essere vicino alla finestra, uno spillo d’ aria fredda lo infilza alla schiena.
-E’ la tua mano questa?-
-Si.-
La donna tocca lo schermo inerte del televisore, sente la polvere sulle dita.
-Abbiamo perso entrambi.-
-Si. abbiamo perso entrambi qualcosa.-

martedì 18 marzo 2014

Sensazione


Eppure
ho avuto la netta sensazione di averti baciata di recente
è una follia si
ma il tempo delle labbra è un’altra cosa
pensa a quante parole hanno appoggiato la testa sul muro delle guance
chissà quanti morsi e quanto sangue
quanto freddo e quanto alcol
non so se valgono i sospiri
è stato un attimo
forse il rumore di una sedia
o la mano nella tasca che sfiorava una moneta
un pensiero rotolato per le scale
è come se ogni inverno pronto a spaccarti la bocca
ed ogni estate che te la prosciuga
provocasse un’eruzione di memoria
e i baci dati e andati
non fossero altro che una lava leggera e inesorabile
continua e inarrestabile
che si impossessa di quel poco di anima rimasta
per renderla straccio e corazza
e quando succede non basta
quel sorriso di carta velina fissato con puntine da disegno
che si agita al soffio di un vago mi ricordo
non serve nulla per la verità
che hai
niente
ma ho guardato fuori
in mezzo al vapore di pioggia che ammazzava un assurdo giorno di festa
tra i colori che hai conservato per anni
e le nostre voci che non ricordiamo neanche più.

venerdì 7 marzo 2014

Tasche bucate

Nessuno ci reclama ma da qualche parte qualcuno ci cerca.
Ci perdono e ci riportano indietro
ci ritrovano e ci mettono in gioco
si sbagliano e si convincono
di avere e di non avere
dentro le tasche bucate di giacche
tenute strette nella morsa di un braccio
perché il caldo è un’attesa asfissiante
e il freddo è molliche di pane negli angoli
guardiamo distratti la prospettiva dei passi
che aspettano che il caffè si raffreddi
eravamo qui ma non ci siamo ora
abbiamo illuso gli occhi chiusi
con i giornali incastrati nelle ringhiere
e non possiamo volare via
e neanche restare
non abbiamo scelta
se non sfregare il respiro
con un cerchio alla testa
siamo immersi nel buio del sole
che scalda solo il vetro macchiato
dai manifesti assurdi di feste lontane
cerchiamo di avere pazienza
e tempo da recuperare
ciondolando la testa
nelle frasi che sentiamo arrivare
ci salveremo probabilmente
solo con lo specchio di una domanda
impercettibile riflesso di brillantezza
che aggiunge due denti a un sorriso distratto.

mercoledì 5 marzo 2014

Adeguato

L’oscenità dei “tutto bene”
fiori secchi dentro le bocche
per omaggiare il riflesso con un miraggio
mi basta un bicchiere di primavera dell’anno scorso
per essere adeguato
per celare i lividi sulla lingua
e pensare al titolo di quella canzone che ho sentito alla radio
ho visto le mie scarpe in stato confusionale
all’imbocco di piazze dove c’erano tutti
e non c’era nessuno
ed esseri umani in salita verso il regno dei ciechi
ho visto una tua foto camminare con la testa bassa
dentro stanze senza scampo
e stirare le pieghe del muro dove si insidiano vaghi bisbigli
mettere in piano la mia voce inclinata e dire Ecco fatto
ma poi il pensiero che questo è il giorno
in cui capita che mi dimentichi di respirare
ha sfondato il vetro del mio bicchiere
sono un sasso che ferma le carte che potrebbero cadere.

venerdì 28 febbraio 2014

Il tavolino


Il primo aveva freddo da tempo
da quando a quattordici anni e mezzo
si sbucciò gli occhi guardando la luna
da allora la sua faccia suscitava  prurito
tra quelli che non hanno mai niente da dire.
Il secondo era figlio di un attaccapanni
viveva di schiena ed in punta di piedi
cercava di toccare qualunque soffitto
in un frigobar conservava le parole
per il giorno in cui avesse un viso a qui dirle.
La terza era una donna alta e invisibile
innamorata degli ombrelli dimenticati
nei giorni di pioggia cambiava colore ai capelli
e camminava per ore nel suo cervello
schiacciando le rose dei suoi spasimanti.
Il quarto aveva le tasche gonfie di sabbia
costruiva con rabbia farfalle di cemento
e le gettava nel fiume con uno schiocco di dita
fumava deciso le intenzioni di volo
spogliando ingordo i sogni davanti agli occhiali.
Si ritrovarono con un tavolino davanti
un legno perfetto da addomesticare
ognuno con una pasticca di silenzio da ingoiare
e un bicchiere di marasma per confessare
di essere solo guerra e solo armonia.

martedì 25 febbraio 2014

Poche parole


Questo raggio di sole è un enorme dito medio
è di poche parole
ed io non voglio ascoltare
mi prendo l’insulto con gli occhi socchiusi
perché non voglio problemi con le stagioni
hanno ragione
sono pazze bastarde
che non conoscono autoironia
ha ragione persino la sete
che spalleggia l’ombra di un manichino annoiato che si gratta una mano
non dovevo parlarti di me in terza persona
e guardare fuori dal finestrino
come fanno gli appagati per caso
ed immaginare
ragnatele su sere balorde
e parole infilzate in molliche di pane
dita gelate a palpeggiare il culo del fumo
pezzi di carta con le gambe spezzate
non dovevo usare lo scotch
per le parti delicate dell’anima
forse neanche l’inchiostro per disinfettare
poche parole
un cucchiaio per fare un buco nel muro
ed evadere da me stesso
col fiato grosso
e le scarpe sporche di fango
com’è strano sentirsi negli occhi
la febbre che c’ hanno raccontato
sagome deformate che tengono il tempo
in una scatola di latta e guardano lontano.

lunedì 24 febbraio 2014

In ritardo


E così mi sono fermato.
Immobile come un cartello su un prato.
Chissà cosa c’è scritto sopra. 
Sopra di me.
Non calpestare.
O forse non c’è scritto niente, può passare chiunque e scarabocchiare qualcosa.
Da questa distanza ,
il cane che trotta con la lingua di fuori , non ha razza. 
E’ un massa pelosa con una virgola rosa che muore sdraiata ad un lato della bocca.
Quella lingua mette in pausa il mio tremar di mani
che scivolano nelle tasche, inconsistenti e acquose.
Il padrone porta occhiali scuri,
sembra il padrone di tutti i cani del mondo,
con un fischio potrebbe far venire a se milioni di quadrupedi festanti,
ricorda un monolite o pezzo di montagna staccato da chissà dove,
ma si muove, lentamente,
fino a sparire negli occhi di qualcun’altro.
E’ il mio compleanno. Ora, in questo momento.
Solo perché l’urlo che mi esce di gola ricorda quello della nascita. 
Almeno credo, non posso esserne certo.
Il sentirmi bagnato e cieco avvalora la mia teoria.
Festeggio un minuto.
Un minuto in cui mi sono seduto per terra a fare nodi con gli aghi di pino.
A guardare questo ventre di cielo spaccato in due
che mi ha donato il colore degli occhi.
Ho acceso la mia candelina.
Pall Mall blu.
Ma alla mia festa sono arrivato in ritardo
la gamba destra dormiva sognando calci di nuvole
e passi perduti nei corridoi di lampioni inutili.
Mi scriverò un biglietto di auguri
che il mio prossimo respiro saprà già a memoria
e non si offenderà.

sabato 22 febbraio 2014

La tregua

Il bicchiere di vino mi calma.
Due dita rosse afferrano la gola.
Sono per loro la mosca che non dovrebbe ronzare. Che dovrebbe solo stare immobile.
E poi i girasoli di plastica,
depositi di polvere,
ombre dal capo chino che danno colore,
un colore che fa venir voglia di staccarsi i denti che si usano per sorridere
per evitare di sprecarli per una così inutile occasione.
Ho un problema che ho annotato sul vetro sporco della finestra.
C’è stata la pioggia e la figlia di puttana ha portato via tutto.
Il vetro è rimasto sporco così come le unghie usate per grattare via la pelle troppo pesante.
E così nudo posso morire di freddo.
Posso schierarmi dalla mia parte contro il vento che fa vibrare i panni stesi
e mettere in scena una guerra fatta di colpi di fumo,
di risate di auto, di capelli nelle canne dei fucili, di inchiostro sulle labbra.
Ma quello che mi uccide è la tregua.
Subdolo modo per allenarsi ad essere felice.
La tregua si.
Una strada fatta di aria per respirare e liquido per galleggiare,
dove il cervello è una foto di Dio che accarezza una piccola luna
e il cuore un cespuglio dove ho perso gli occhiali.
Li dentro, o li fuori, c’è odore di domande alle quali la migliore risposta è un’altra domanda,
è aspettare che il sangue faccia il proprio dovere e spacchi il momento con un colpo di vita.


domenica 26 gennaio 2014

Tre mesi



Il telegiornale ha appena annunciato che sicuramente questa guerra si farà.
Nessuno la vuole ma alla fine tutti si convinceranno che sotto sotto c’è una giusta causa,
anche il giornalista, che parla giocherellando con la penna, sembra convinto.
S. guarda lo schermo sospirando. Non ha paura della guerra, ha paura delle giustificazioni che nasceranno, del monopolio che avrà la morte. Preme il tasto rosso del telecomando, poi lo lancia sul divano e guarda fuori ,attraverso la finestra.
C’è un cielo scuro che maneggia alcune nuvole piene di pioggia, qualche luce accesa nelle finestre di fronte, una serie di colpi di tosse grattano l’aria intorno.
Sul tavolo, vicino al computer acceso, decine di fogli accatastati, una tazzina incrostata, un mezzo panino su un piatto di plastica e la boccia di vetro con due pesci rossi. S. immerge lo sguardo e si accorge che uno galleggia su un fianco mentre l’altro sembra guardare altrove, verso un fiume soltanto sognato.
Prende il pesce morto per la coda e lo mette nella tazzina.
Sono giorni che non scrive niente, l’ultima parola sul monitor risale a settantadue ore fa, la storia è entrata in un vicolo cieco e non ha voce per chiedere aiuto.
Pensa che forse dovrebbe ricominciare da capo o lasciar perdere del tutto.
“ Non sono obbligato. Ho avuto culo la prima volta e allora?. Non ho più niente da dire, o devo dire solo stronzate. Sono un idiota. Dove si compra la necessità?”.
Mette la fronte su un foglio bianco e rialza di scatto la testa. Magari per vedere impressa un’idea straordinaria o per misurare la febbre della propria disperazione.
Attraverso il muro della stanza sente il telefono squillare.
Rimane stupito perché nei tre mesi trascorsi in questa casa era la prima volta che sentiva il telefono dell’altro appartamento così vicino, così nitido.
 La signora R. , la sua vicina, risponde, si distingue un “pronto” con voce potente e sicura poi una sbandata di parole indistinte. S. avvicina l’orecchio al muro per sentire cosa dice quella donna; pensa al suo sguardo lievemente assente, a quelle mani veloci, a quel sedere perfetto. La immagina totalmente nuda con la schiena poggiata al muro e la cornetta nella mano. Sente qualcosa muoversi nella gola, come uno spillo,  ma non riesce a capire una sola parola provenire dall’altra parte.
Con scatto fulmineo si allontana dalla parete, come se qualcuno alle spalle l’avesse sorpreso. Rimane per un istante immobile rendendosi conto che solo un idiota farebbe una cosa del genere: origliare come un maniaco e spaventarsi di se stesso.
Si dirige verso il bagno: si guarda nello specchio. La barba fatta il giorno prima, i capelli spettinati ma curati, forse il viso un po’ stanco ma è certamente un uomo piacente.
- Ti devi scopare la signora R.-
- Ti devi scopare la signora R.-
Ogni volta che pensa a lei questa cantilena rimbalza nella sua testa.
Ma non c’è niente da fare, non riesce proprio ad avvicinarsi a quella donna senza diventare paonazzo e abbassare lo sguardo per dire un “buongiorno” che sembra un rantolo.


La signora R. riaggancia. E per un attimo rimane ferma mordendosi il labbro inferiore. Poi stacca la spina del telefono, avvolge il filo intorno all’apparecchio, corre verso il soggiorno e lo lancia dalla finestra.
L’impatto provoca un suono sordo, un’eco metallico si propaga nell’aria scura dell’ora di cena.
La signora R. non osa affacciarsi, serra le mani sul bordo della finestra e comincia a piangere lentamente con la testa piegata sul petto. Sa perfettamente che il telefono potrebbe continuare a squillare, anche da li, ridotto in pezzi di plastica e parole andate.
Rimane così per un tempo non calcolabile. Appoggia la testa nell’aria invisibile per far fermare le lacrime e sembra uno straccio di cemento che affonda in un mare nero e silenzioso.
Pensa che vorrebbe sciogliersi in pioggia, che quel silenzio è una interminabile lama che non smette di lacerare.
“Dovrei evaporare o congelarmi, almeno non sentirei niente. Tutta l’acqua del corpo che mi esce dagli occhi. Non vedo più. L’anima non è affogata ma è scappata via dai solchi che ho sul viso. Un coniglio che esce dalla tana. Dove si compra la forza? “
Sono tre mesi che la sua vita è diventata un inferno.
Perseguitata giorno e notte da telefonate mute, pedinamenti, biglietti sotto la porta di casa e sul parabrezza dell’auto.
Di ombre che si nascondono nelle orecchie, nei capelli, di rumori di passi sulla sua spina dorsale.
Tre mesi che qualcuno ha deciso di frantumarla lentamente, giorno per giorno un pezzo della sua normalità si polverizza lasciandola inerte come un quarto di bue appeso al gancio di un macello.
La polizia dice che sta indagando, ma non è cambiato nulla. La polizia dice di stare tranquilla.

La polizia che arriverà intorno alle 22, chiamata dall’inquilina del piano terra vedendo il corpo della signora R. schiantarsi nel suo giardino, proprio quando S. aveva trovato il coraggio di bussarle alla porta in preda ad una temerarietà mai provata e con una scusa banale dirle:” Signora F., sono S., il vicino, avrebbe del caffè da prestarmi?”.