Sono su questo binario e
nonostante abbia un biglietto di andata ed uno di ritorno,
non so dove vado e da dove
vengo.
La mia valigia si blocca ogni
tre passi, pare un cane che si ferma a pisciare ad ogni albero. Strattono, e lei
continua a seguirmi con la testa bassa e le ruote piene di fango.
Non c’è nessuno. Sono in
anticipo come mia abitudine.
Mi siedo sulla panchina e mi
rendo conto che anche l’estate è tremendamente confusa. Fa freddo e piove. Una pioggia ronzante che
cerca di attirare l’attenzione a colpi di raffiche, un pianto assurdo di fame
per quelle ipocrite nuvole sazie, bocche grigie che dovrebbero vomitare in un
altro momento, non adesso.
Mi sveglio a Firenze.
Stiamo entrando a Firenze,
dice la voce, come si entra nel corpo di una donna.
Dove sono stato fino ad ora?
Non ho dormito, ricordo solo di aver fissato la cucitura del sedile davanti la
mio.
Sono in movimento, la valigia
è sopra la mia testa, la mia testa è da qualche altra parte.
Sono su questo treno e guardo
fuori ma c’è solo buio. Sono su questo treno e non so se riuscirò a scendere al
momento giusto, non so se qualcuno e qualcosa mi aspetta all’arrivo, non so
cosa lascio alla partenza. Se arrivasse il controllore e mi chiedesse il
biglietto risponderei : non so.
Vorrei fumare ma non si può.
Adesso vado in bagno e mi accendo una sigaretta, ma non ho il coraggio, adesso
vado in bagno, mi chiudo la porta alle spalle e mi infilo la maschera.
Esco e c’è un uomo in piedi
accanto al distributore automatico, deve aver indossato anche lui la sua
maschera, ci guardiamo sistemandoci entrambi gli occhi posticci che tendono a
cadere giù.
Ci riconosciamo mentre
beviamo quel caffè ignobile, mentre un sussulto di rotaia ci sposta le labbra
in un sorriso al contrario.
Solo ora, tornato al mio posto,
mi accorgo dei passeggeri. Sembrano pezzi di cibo non digeriti dentro uno
stomaco gonfio e gelato. Fermi, pronti ad essere espulsi. Ciondolano la testa,
dicono frasi del tipo: il corso è andato bene, ho mangiato questo ho mangiato
quell’altro, ci vediamo a casa, anche io, anche tu. Frasi che sbattono sui
finestrini, che macchiano i sedili vuoti, che scivolano dentro pacchetti di
patatine, dentro pagine di libri, dentro attese sgocciolanti, ulcere di segnali
assenti.
Sono passate alcune ore,
dall’altra parte del mio cervello c’è il sole. Appiccicato tra le gru dei
cantieri e la pubblicità di una compagnia aerea. Ore in cui il mio cuore si è
fermato, condizionato dall’aria, spremuto dalla musica dentro le orecchie,
usato per attutire la fame.
Sono alla fine di un buco, e
alla fine c’è un altro buco, c’è un esercito che mi cammina alle spalle, mi
fermo e lo lascio passare ma il rumore assordante continua a schiacciarmi le
tempie.
Sono arrivato o non sono
partito.
Le solite domande, quanti
pezzi ho perso? Quanti ne ho messi in
valigia?
Lei, la valigia, continua a
seguirmi, un cane nero a rotelle coperto di peli di gatto, una’assurda
combinazione di istinti che mi porto dietro come un’ombra asfissiante.
Ora sono qui su questo
binario, a contare i sassi, tra il rame e la carta dei panini, tra i cadaveri
di sigarette e bottiglie vuote, che aspetto un altro treno, o lo stesso, preso
al contrario, che sento la voce meccanica che invita ossessivamente a non
oltrepassare la linea gialla, e i tuoi capelli gialli che oltrepassano
improvvisamente la mia anima in ritardo come un raggio di sole nel liquido
degli occhi.
"Dall'altra parte del mio cervello c'è il sole". Fantastico!
RispondiEliminaDani
grazie Dani
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