domenica 13 luglio 2014

Treno


Sono su questo binario e nonostante abbia un biglietto di andata ed uno di ritorno,
non so dove vado e da dove vengo.
La mia valigia si blocca ogni tre passi, pare un cane che si ferma a pisciare ad ogni albero. Strattono, e lei continua a seguirmi con la testa bassa e le ruote piene di fango.
Non c’è nessuno. Sono in anticipo come mia abitudine.
Mi siedo sulla panchina e mi rendo conto che anche l’estate è tremendamente confusa.  Fa freddo e piove. Una pioggia ronzante che cerca di attirare l’attenzione a colpi di raffiche, un pianto assurdo di fame per quelle ipocrite nuvole sazie, bocche grigie che dovrebbero vomitare in un altro momento, non adesso.
Mi sveglio a Firenze.
Stiamo entrando a Firenze, dice la voce, come si entra nel corpo di una donna.
Dove sono stato fino ad ora? Non ho dormito, ricordo solo di aver fissato la cucitura del sedile davanti la mio.
Sono in movimento, la valigia è sopra la mia testa, la mia testa è da qualche altra parte.
Sono su questo treno e guardo fuori ma c’è solo buio. Sono su questo treno e non so se riuscirò a scendere al momento giusto, non so se qualcuno e qualcosa mi aspetta all’arrivo, non so cosa lascio alla partenza. Se arrivasse il controllore e mi chiedesse il biglietto risponderei : non so.
Vorrei fumare ma non si può. Adesso vado in bagno e mi accendo una sigaretta, ma non ho il coraggio, adesso vado in bagno, mi chiudo la porta alle spalle e mi infilo la maschera.
Esco e c’è un uomo in piedi accanto al distributore automatico, deve aver indossato anche lui la sua maschera, ci guardiamo sistemandoci entrambi gli occhi posticci che tendono a cadere giù.
Ci riconosciamo mentre beviamo quel caffè ignobile, mentre un sussulto di rotaia ci sposta le labbra in un sorriso al contrario.
Solo ora, tornato al mio posto, mi accorgo dei passeggeri. Sembrano pezzi di cibo non digeriti dentro uno stomaco gonfio e gelato. Fermi, pronti ad essere espulsi. Ciondolano la testa, dicono frasi del tipo: il corso è andato bene, ho mangiato questo ho mangiato quell’altro, ci vediamo a casa, anche io, anche tu. Frasi che sbattono sui finestrini, che macchiano i sedili vuoti, che scivolano dentro pacchetti di patatine, dentro pagine di libri, dentro attese sgocciolanti, ulcere di segnali assenti.
Sono passate alcune ore, dall’altra parte del mio cervello c’è il sole. Appiccicato tra le gru dei cantieri e la pubblicità di una compagnia aerea. Ore in cui il mio cuore si è fermato, condizionato dall’aria, spremuto dalla musica dentro le orecchie, usato per attutire la fame.
Sono alla fine di un buco, e alla fine c’è un altro buco, c’è un esercito che mi cammina alle spalle, mi fermo e lo lascio passare ma il rumore assordante continua a schiacciarmi le tempie.
Sono arrivato o non sono partito.
Le solite domande, quanti pezzi ho perso?  Quanti ne ho messi in valigia?
Lei, la valigia, continua a seguirmi, un cane nero a rotelle coperto di peli di gatto, una’assurda combinazione di istinti che mi porto dietro come un’ombra asfissiante.
Ora sono qui su questo binario, a contare i sassi, tra il rame e la carta dei panini, tra i cadaveri di sigarette e bottiglie vuote, che aspetto un altro treno, o lo stesso, preso al contrario, che sento la voce meccanica che invita ossessivamente a non oltrepassare la linea gialla, e i tuoi capelli gialli che oltrepassano improvvisamente la mia anima in ritardo come un raggio di sole nel liquido degli occhi. 

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