Il vento era solito
passeggiare a sera inoltrata quando da quelle parti nessuno più si vedeva in
giro. In quel posto, ad un orario non ben definito ma preciso, non girava anima
viva né anima morta, neanche un foglio di giornale, un filo d’acqua da una fontanella,
niente di niente.
Quello era il momento del
vento.
Con passi leggeri camminava
tendendo le mani dietro la schiena, si guardava intorno, annusava qualche fiore
di plastica, infilava la testa in un cassonetto, rideva forte entrando nei
vicoli sporchi di luce giallastra che parevano malati ciondolanti nelle corsie
di ospedali.
Saliva sui tetti, sfiorava
la pelle dei cartelli stradali, ballava con le serrande chiuse dei negozi,
spezzava le antenne delle televisioni con incontenibile gioia.
Nessuno lo aveva mai visto,
la gente del posto non lo conosceva. Non ci credeva.
Si fermava solo per pochi
istanti, arrivato davanti al mare. L’unico momento in cui aveva paura.
Quell’ immenso straccio nero
era vivo davanti a lui, indifferente, che respirava come una bestia
addormentata, che poi esplodeva in urla di sale, lanciando pezzi di legno e
sogni di uomini.
Alzava la sabbia all’altezza
degli occhi per non vedere, poi la fuga, ansimante verso il cemento armato
della caserma di Polizia, dentro la pineta deserta, nel guaire di cani legati a
catena nei cimiteri di auto.
Tornava ai suoi passi come
se niente fosse, con in mano un sacchetto di lacrime che avrebbe mangiato
guardando, seduto su un albero, quella palla bianca nel cielo.
Una sera decise di sparire.
L’ultima passeggiata. L’ultimo ballo prima di infilarsi chissà dove.
Fischiettando stracciò un
cartellone pubblicitario e si diresse verso il suo incubo. Cambiò strada mille
volte finendo in strade senza uscita, ascoltò pianti di neonati digrignando i
denti, bevve il bicchiere delle staffa di qualcun altro. Giunse in un
giardino, triste come la sua pelle
invernale che cominciava a bruciare, guardò la terra scura, i mattoni rossi del
palazzo erano arterie che non poteva scalfire. Il tavolo bianco si mosse al suo
passaggio, la reverenza delle cose lo colpiva come la prima volta, ma il libro
non si mosse. Quel libro era immobile, fermo, che sprigionava la forza che solo
i libri hanno. Il vento sfogliò le pagine una ad una, mille volte e forse di
più, le sfogliò fino a diventarne parte.
L’inchiostro del tempo e il
sangue del vento scrissero il verso di una poesia che rimase impresso nella
memoria del mare che al mattino si sarebbe accorto di essere diverso, si
sarebbe guardato intorno in cerca di spiegazione.
Gli stessi uomini che
millantano di non aver mai visto il vento sono gli stessi che sono certi di
sapere che quel libro è nascosto dentro una valigia nel fondo di qualche
abisso.