lunedì 18 novembre 2013

L'ultimo ballo


Il vento era solito passeggiare a sera inoltrata quando da quelle parti nessuno più si vedeva in giro. In quel posto, ad un orario non ben definito ma preciso, non girava anima viva né anima morta, neanche un foglio di giornale, un filo d’acqua da una fontanella, niente di niente.
Quello era il momento del vento.
Con passi leggeri camminava tendendo le mani dietro la schiena, si guardava intorno, annusava qualche fiore di plastica, infilava la testa in un cassonetto, rideva forte entrando nei vicoli sporchi di luce giallastra che parevano malati ciondolanti nelle corsie di ospedali.
Saliva sui tetti, sfiorava la pelle dei cartelli stradali, ballava con le serrande chiuse dei negozi, spezzava le antenne delle televisioni con incontenibile gioia.
Nessuno lo aveva mai visto, la gente del posto non lo conosceva. Non ci credeva.
Si fermava solo per pochi istanti, arrivato davanti al mare. L’unico momento in cui aveva paura.
Quell’ immenso straccio nero era vivo davanti a lui, indifferente, che respirava come una bestia addormentata, che poi esplodeva in urla di sale, lanciando pezzi di legno e sogni di uomini.
Alzava la sabbia all’altezza degli occhi per non vedere, poi la fuga, ansimante verso il cemento armato della caserma di Polizia, dentro la pineta deserta, nel guaire di cani legati a catena nei cimiteri di auto.
Tornava ai suoi passi come se niente fosse, con in mano un sacchetto di lacrime che avrebbe mangiato guardando, seduto su un albero, quella palla bianca nel cielo.
Una sera decise di sparire. L’ultima passeggiata. L’ultimo ballo prima di infilarsi chissà dove.
Fischiettando stracciò un cartellone pubblicitario e si diresse verso il suo incubo. Cambiò strada mille volte finendo in strade senza uscita, ascoltò pianti di neonati digrignando i denti, bevve il bicchiere delle staffa di qualcun altro. Giunse in un giardino,  triste come la sua pelle invernale che cominciava a bruciare, guardò la terra scura, i mattoni rossi del palazzo erano arterie che non poteva scalfire. Il tavolo bianco si mosse al suo passaggio, la reverenza delle cose lo colpiva come la prima volta, ma il libro non si mosse. Quel libro era immobile, fermo, che sprigionava la forza che solo i libri hanno. Il vento sfogliò le pagine una ad una, mille volte e forse di più, le sfogliò fino a diventarne parte.
L’inchiostro del tempo e il sangue del vento scrissero il verso di una poesia che rimase impresso nella memoria del mare che al mattino si sarebbe accorto di essere diverso, si sarebbe guardato intorno in cerca di spiegazione.
Gli stessi uomini che millantano di non aver mai visto il vento sono gli stessi che sono certi di sapere che quel libro è nascosto dentro una valigia nel fondo di qualche abisso.

mercoledì 13 novembre 2013

La poesia mi ucciderà


La poesia mi ucciderà.
Mentre cercherò di addormentarmi
o appena sveglio
fango sugli occhi
erezione caffè sigaretta
a pisciare via birra olandese e chiedere il permesso
ascoltando i colpi di tosse dietro le spalle
tra le bestemmie del vento
e l’insalata marcia nel frigo
quando i tuoi occhi chiusi mi guarderanno
e sarò in controluce più bello di una boccata di sole
dopo aver prestato attenzione
sapendo di non rivederla più
quando un cane mi annuserà il piede
e i pagliacci si struccheranno con lacrime e vino
dopo aver ricevuto una buona notizia
e confondere il freddo con una carezza
o accasciato tra i “ tutto bene”
e le gambe divaricate dei “lasciamo stare”
mi ucciderà camminando su spilli
spiando da finestre immaginarie
mi ucciderà mentre tutti parleranno
dei morti ammazzati
dei prezzi delle palestre
di cazzate scintillanti ciondolanti sul collo
di Dio
o semplicemente d’amore
in un giorno di attesa e di sbagli
quando tutti i denti di un sorriso
si sgretoleranno in polvere
è sarò costretto ad inventare la felicità
mentre urlerò tra le lancette delle esplosioni
e sarò pane per i miei sogni.
La poesia mi ucciderà.
Lo so.
Lasciandomi vivo.

sabato 9 novembre 2013

Freddo alla schiena


Chissà quanto hai impiegato a digerire le mie mani
salate di gesti sbagliati e gonfie di intenzioni rapprese
guarda questi fili che mi tengono dritto
corrono e si intrecciano tra le gambe della gente
e le loro parole tristi come gli scacchi mangiati
il freddo alla schiena è un ballerino che beve la nebbia
fa il suo spettacolo e sparisce leggero
mi lascia orme astute da spiegare
profumi di donne che non riconosco
chissà cosa pensa la pelle morta
uccisa da una carezza
o le unghie spezzate dall’ennesimo
tentativo di sopravvivenza
e lo specchio lasciato li fermo
quando vede soltanto il sole sul muro e bossoli di polvere
ci sono momenti in cui metto l’orecchio nella valigia
e sento gli angoli del silenzio sbattere intorno
che non ritorno nonostante mi aspetti
istanti appiccicosi che mi remano contro
in un abbraccio del tempo perso
che nella foga grida e mi infila un dito nell’occhio.

martedì 5 novembre 2013

Nel deserto del nostro furore


Il nostro silenzio insoddisfatto
preferisce nascondersi a testa bassa
in un paio di scarpe rovesciate
i passi che ci riporteranno verso le case
qualcosa da fare
dentro stanze già gelide ad inizio Novembre
noi sputiamo boccate di fumo
sigarette accese
che sono le candeline inverse dei compleanni
scioriniamo impazienza nel deserto del nostro furore
per farci da parte nella parte sbagliata
col fare di chi prega il proprio dio di cartone
e stare pensosi  in procinto di esplodere
a guardare la strada nuda
a scacciare le rose degli ambulanti
ad ascoltare il rumore del mare
in una bottiglia di birra.
Sono malato di qualcosa che non so spiegare
farlo sarebbe chiudersi in cerchio con la propria anima
e cercare di uscire col proprio cervello
una lotta di sangue e carezze
di risate tra i pezzi di specchio
allora mi leggo gli occhi per addormentarmi
stupido metodo per evitare che affondi
buon Natale tra poco più di un mese
buona notte per tutte le volte
che farò un sogno che non ricorderò.

lunedì 4 novembre 2013

Di che morte morire

Alla fermata dell’autobus
dove il buio si muove ciondolante
petali di occhi soffiati via
il vivo e non vivo
da sempre un pareggio insulso
e le cicche di sigaretta
sono il corallo della strada
ci gravitano sospiri e gas danzanti
buste squarciate e mani dietro le luci
le bucce di banane
hanno lingue marce
mentre sussurrano indiscrezioni sul traffico
e stenti di vecchi baci affissi sui muri
i volti dentro i grandi vetri
sono mostruosi
il mio ancor di più
si espande come una macchia
sulle auto che avanzano
sono tutte scarafaggi con gli occhi gialli
sanno benissimo
che sutureranno la notte
e graffieranno la schiena
della tangenziale
dicendo l’amore colpisce
i più deboli
ed uccide i più forti.
Potrei essere immerso
in un enorme televisore
le ragazze col cellulare in mano
staranno cambiando canale
ma non c’è niente di meglio
non c’è niente da fare
il puntino rosso del semaforo
lo stesso dello schermo nero
velato di polvere
che schiaffeggia i miei risvegli
l’occhio verde di Polifemo
insegue la pubblicità
di un centro commerciale
e nessuno
presta soccorso al cielo
che sta per cadere
raccolgo  l’ennesimo sguardo delle foglie cadute
intaseranno i tombini
e i cuori vuoti
ci saranno pozze di pioggia e di lacrime
navigabili a vista da uomini e sogni
bestemmie e sbadigli
stanchezza da raccontare
ci sarà un appuntamento mancato
e una cena da riscaldare
un ragazzo in bicicletta
che va senza mani
una carezza che urla
nella tasca dei pantaloni
ma ora il buio
è una donna che fuma
è la gentilezza di un colpo di tosse
che accarezza il silenzio
come un cane legato al palo.

lunedì 28 ottobre 2013

Spasmo


Mi fanno male le ali e non volo
imprecando le vene dei polsi cammino
in corridoi illuminati di occhi
sui muri appendo le giacche
di inverni sereni
passati con la testa nel fosso dei sogni
dove c’è vita pulsante
e sorrisi di acqua stagnante
mi fa male il petto
dove si muove un piccolo ragno affamato
di sguardi di mosche dentro camicie stirate
non so come vive
come si nutre non parla di niente
palpeggia il culo di vecchie emozioni
accatastate come le sedie
nei magazzini di certi locali
mi fa male la forza delle mani strette
attorno a spalle gelate
a montagne di vetro che non si fanno scalare
scivolo come un tratto di penna
sulla pelle carogna di spossatezze leggere
scivolo nella tua bocca scontenta
medicina rimedio apparente
e il tempo sereno dentro al bicchiere
mi fa male vedermi incastrato
nel mio passo di danza
battere il tempo con calci e carezze
attendere che passi la furia
la gioia la noia la grazia
mi fa male
la mia anima di schiena
che si allaccia le scarpe.

martedì 15 ottobre 2013

Ascoltare


Penso che vomiterò l’anima ammalata
nella tromba delle scale
le finestre in piedi il cielo in ginocchio
butterò un occhio alle sale
dove si danza
dove si produce distanza
penso che mi tramuterò in forbice
per tagliare le voci
che soffocano le mie guance
leggerò tra i cardini delle porte
il futuro rappreso tra il grasso e la polvere
un pensiero
un sentito dire
quattro occhi che fissano il soffitto giallo di fumo
la mia gola conosce la sete
come un pesce sa che nella rete si muore
parole nel secchio
granchi che teniamo in mano
finiranno per camminare nei nostri discorsi
indicando il vicolo cieco
dove cercare un buco per guardare lontano
ma ora offro la schiena
alla tua voce autunnale
che mi insinua un dubbio di pioggia
una certezza sporca di cenere
ascoltare i miei battiti
i succhi gastrici
le detonazioni
il tic tac dei miracoli
il ringhiare dei cani
la preghiera muta della paura
la scatola piena
e la scatola vuota
ascoltare
come l’unica cosa da fare.

lunedì 14 ottobre 2013

Semi di cocomero


E’ pieno di puttane sulla luna
e polvere e neanche un tabaccaio
me l’ha detto una stella di carta
che dormiva nella bocca di un cassonetto
la notte in cui guardai la città senza occhiali
e lei mi guardò senza occhi
ci riconoscemmo
come fa il coltello con la piaga
come fa la pioggia
con le spalle dell’uomo che sorveglia
le luci dentro gli occhi
che imita il gesto che fa il vento
quando zittisce il ronzare del cervello
e’ pieno di impalcature il deserto
di chi se ne frega
di ne vale la pena
di shock ammaestrati
e’ pieno di catrame il prato
dove pascolano i nostri sogni
e nel cielo diroccato
qualcuno passeggia
con l’esistenza dietro la schiena
con la testa bassa
e mi sputa addosso verità
come semi di cocomero
mi proteggo
come sempre
con la pelle dura
con gli eccetera eccetera
con le magliette rovinate dalla lavatrice
io non mi fermo
nessuno si ferma
eppure è stantia l’aria
arenata come il relitto di una nave
tana di frasi grammaticalmente corrette
e utili solo per far star comoda la confusione
vado avanti e indietro
sulle cuciture sporgenti che chiamano circostante
trattenendo
ogni tre passi
lo starnuto che spazzerebbe via ogni cosa.

venerdì 11 ottobre 2013

Mi vedo


Mi vedo seduto
tra i cuscini del mio intestino
soffiare via la polvere
dalle pareti del cuore
aprire a caso l’anima
come la pagina di un libro
guardare in alto la gola
intasata di parole e lamenti
mi vedo per caso
dall’altro lato della strada
corrugare la fronte
per raccogliere la pioggia
passare la voce
sul buio espressivo dei volti
come si segue il respiro
sulla schiena di un’amante
mi vedo inerme
nel posacenere colmo
nei sorrisi profondi
del fine serata
negli incroci deserti
dove tutto sparisce
tra attimi desiderati
e sogni lancinanti
mi vedo entrare sicuro
nell’anticamera della morte
le dita di carta
attraversare indenni un fuoco maestoso
posare per terra
un paio di scarpe strette
ed andarmene a piedi nudi
tallonando la vita.

domenica 22 settembre 2013

Le iniziali del mio arrivo



Nuvole femmine
pronte all’accoppiamento
col cielo indurito dal peso del mio sguardo
il rituale del masticare a vuoto
ed ingoiare semi di aria
taglierò i pensieri con una falce
li raccoglierò in una busta da lettera
nella scatola dove sono i cappelli per l’inverno
nascosti nelle piume di legno
delle ali della sera
ti ho mostrato i tuoni
quelli che sento io soltanto
la musica tradotta al sangue che scorre
l’odore del vino sulle branchie del silenzio
balconi scheletrici come un pubblico appagato
che sbadiglia odori di vita quotidiana
una fornace che cuoce l’abitudine
mentre mettevo a posto i libri
sono cadute le iniziali del mio arrivo
come piccole foglie vive
hanno deciso di ripartire
senza neanche salutare.

venerdì 13 settembre 2013

Un groviglio di vene rosse


Gli occhi eccitati
si gonfiano
e sbattono goffi
come mosche nel lampadario
penetrano
nel silenzio caldo dei sospiri
non hanno pudore
non hanno mani
per avere paura
un orgasmo di lacrime
graffia l’aria
e la pelle del viso
si schiarisce la gola
per le carezze ancora incastrate
dentro dita
dentro sorrisi
l’apice è un soffitto blu
un cielo bianco
un groviglio di vene rosse
che porta ad un vicolo cieco
il culmine malridotto
che vorremmo raccontare
al nostro cuore inutile
arrivato confuso
sulla battigia dell’amore
l’acqua gelata
la vita gelata
come foglio di carta
surrogato del buio
mi sussurra il prezzo
di ogni ricordo
ho voglia di fumo che accechi le voci
fuoco che bruci le croci
nella danza osservo l’immobile
tengo basso il volume dell’anima
per non farla vibrare
e perdo musica da un orecchio.

martedì 6 agosto 2013

La malinconia delle cicale



Le cicale mi hanno sempre procurato un grande senso di malinconia.
In strada, tre di pomeriggio, un orario impossibile per la sopravvivenza umana, immerso nel caldo come un cucchiaino nel miele, un silenzio spugnoso, strizzato soltanto dal verso delle cicale.
Aspetto. Facendo movimenti da animale in gabbia. Aspetto.
Roma è la città dei matti. Oltre a tutto il resto certo , le chiese, la capitale, i turisti, i gatti, i topi,  gli scioperi, gli stronzi, la bellezza, le madonne, i santi, i disgraziati,  il senso dell’umorismo, il menefreghismo, il vuoto, il caos, la distanza. Tutto.
Ma in questa città la pazzia è straripante. C’è quello che sull’autobus grida al semaforo :” Rosso! Sei rosso! Verde! Sei verde!! Via Labicana!” la gente ride, il caldo squaglia le labbra in una smorfia da film dell’orrore. Se ne incontrano a decine girando di qua e di la, sono come i gabbiani immobili sui cornicioni dei palazzi del centro che ad un tratto partono e ritornano, gridano, sbattono la testa, e nessuno ci fa caso. Sono pazzi anche i gabbiani.
C’è Pavarotti seduto al bar che fuma, ad ognuno che passa mostra la lingua e i suoi tre denti,  lo chiamano così perché ha subito anni fa un intervento alla trachea, e la sua voce ricorda il ronzare di certe sveglie sul comodino. Il primo che arriva gli chiede:” A Pavarò, ndo canti satasera?” e lui risponde “ Ma….va….nculo..”, si percepisce solo il suono finale ma il labiale è perfetto. Mi è venuto in mente così, come un colpo di tosse del cervello.
Ho la tempia poggiata sul finestrino e penso alle cicale. Il solo pensiero mi fa sudare, sarà anche l’aria condizionata con non esiste su questo autobus nell’anno 2013 che arranca tra i cantieri di una metro che è più indefinita di un miraggio. Le cicale, dicevamo.
Io non la saprei riconoscere una cicala. Non riesco ad immaginarmela. Ecco una cicala! No, non saprei proprio che faccia abbia. E’ un suono, una filodiffusione che accendono in un determinato periodo dell’anno e stop.
La malinconia delle cicale. Già.
Mi passa davanti agli occhi un’immagine fissa. La tengo, nonostante il tizio che accanto a me grugnisce al telefono. Nonostante muovo la lingua dentro la bocca, sui denti e sento il sapore del sangue. E’ un po’ di tempo che il mio sangue cerca in ogni modo di uscire, forse ce n’è troppo, forse è stanco delle solite autostrade anatomiche, sta di fatto che me lo sento in bocca, mi taglio continuamente, mi esce dal naso, Cristo, dal culo, me lo sento nelle budella come magma che sta per esplodere. Nonostante me, la tengo questa immagine.  
E’ il giorno che le cicale mi hanno morso, iniettandomi nell’anima una dose permanente di malinconia.  E’ la pineta polverosa, sono gli aghi di pino che si conficcano nei calzini, sono i panini e l’acqua nella borsa termica, sono persone davanti e dietro di me.  Camminiamo. Camminiamo per una distanza infinita, come quelle carovane  in  Siberia che avanzano tra i ghiacci, noi avanziamo nell’ ombra dei pini macchiati dal sole. Non c’è  rumore. Solo i guardiani del caldo cantano una strana canzone, e non la smettono mai.
Forse in quel momento mi sono fermato ad ascoltare. Mi hanno morso. Incantato come i marinai di Ulisse con le sirene, che all’ epoca non sapevo neanche chi fossero. Non ero felice e non ero triste. Ho iniziato a non essere. Come se niente fosse accaduto mi sono staccato. Ho preso il mio pallone, ho corso, ho respirato forte, ho tirato le pigne contro gli alberi, ho fatto roteare un bastone come la spada di un eroe. Ho fatto il bambino.  Ma non ricordo un solo rumore, una sola parola.
La sera ho avuto la febbre. Una febbre molto alta, delirante, era il veleno delle cicale che danzava nel mio corpo, dentro un’inutile notte d’estate, cianotica, strangolata tra televisori urlanti e bucce di cocomero ho visto tutte le parole che non avevo ancora ascoltato. Le ho viste davanti a me, una per una, guardarmi, fare un inchino ed andare via.
Arrivo al capolinea, scendo dall ’autobus, l’autista sbatte  bruscamente la testa sul volante, come se un cecchino dal palazzo di fronte l’avesse centrato.  C’è una fontanella, bevo, mi bagno il viso e mi sento molto bene, accendo una sigaretta e mi avvio tra le gambe della città. Senza nessun rumore intorno.

martedì 30 luglio 2013

Una formica con gli occhi verdi


Giramenti di testa
di pelle
le palle in fiamme
si tratta del fumo del coraggio
che è sparso sul soffitto
ma che ti devo dire?
le risate da circo
le risate da stanza
quelle legate a un palo
col veleno dentro
che aspetta
mi danno prurito
le cose belle
mi fanno incazzare
le mani perfette
che toccano
cose perfette
preferisco
le malformazioni dell’aria
niente di netto
niente di provato
ma su questo specchio
vedo la mia faccia migliore
mi ficco l’indice della mano destra
in un orecchio
per non sentire
la tizia che fa un pompino al telefono
affacciata al balcone
lo stesso dito
che uso per premere la lettera A
quello che ha accarezzato
una formica con gli occhi verdi
che correva sul davanzale
ma che devo fare?
Cambiare la lampadina nel frigo
assicurarmi
che le scarpe siano allacciate
mangiare sano
bere sano
pensare sano
e ritrovarmi in pezzi
fin sotto al comodino
Dio
che culo far parte del mondo
e sentirsi come tonsille da asportare
per evitare malanni
fastidi
e complicazioni
ma la tosse rimane.

giovedì 25 luglio 2013

La carta e la penna


Prendere la carta e la penna
una lamina di tempo
per squarciare le vene delle desolazioni
e delle apnee
sento la gola andare via
i suoi passi verso silenzi
gonfi come le labbra di certe donne
che cavalcano un punto interrogativo
mi lecco il cervello
prima che si sciolga
certi pensieri
sono finiti per terra
ma chi se ne frega
passerà il vento su una carriola
e porterà via tutto
via l’ingorgo negli occhi
la segatura della felicità
i tappi di birra
la noia
la stupida prospettiva
delle cose perse
sento l’uomo che sale ansimando
sempre alla stessa ora
il fiato grosso
morirà sulle scale
senza fiato
sento il buco allo stomaco
ma non è fame
è solo la nicchia per la paura
e la carta e la penna
danzano al limite dell’amplesso
roba da stronzi
sono le armi per distruggere
quest’esercito
che ha già perso la guerra
e fa la voce grossa
con la mia resistenza
aspetto
e osservo
la meridiana
che segna un tempo
che ho già scordato.

venerdì 19 luglio 2013

Rumore di fondo


Le facce intorno
nere di scoglio
io
come un bambino idiota
e un retino nella mano
cerco di cavarne fuori
un sorriso vivo
pulsante
una poltiglia d’anima
un premio di consolazione
una bottiglia da baciare
ma cazzo
la gente
mi fa sanguinare i denti dei pensieri
mordo l’aria delle loro parole
sempre le stesse
e mi sento come un fiore sdraiato sull’asfalto
e affogato nella pioggia
tra la schiuma di vocali e consonanti
ma li vedete
i coriandoli sul mare
come isole bugiarde
le lune in mutande
i cellulari impazziti
come animali al macello
i fantasmi
a sonnecchiare
su sedie mezze sfondate
no
non vedete niente
il vostro parlare
spiegare
convincere
è un sciame di api di piombo
un fastidioso rumore di fondo
mi ritrovo
ad osservare
la punteggiatura delle espressioni
scintillanti punti di saldatura
l’unione tra la frivolezza e la paura
sottolineare gli sguardi
con la punta affilata
della controvoglia
ma non riesco
a chiudere le parentesi di certi oblii
quelli che hanno una coda di piume d’inferno
ancorata alla polvere
che non mi fa respirare
e voi
continuate a parlare
convincere
e spiegare.

mercoledì 17 luglio 2013

Fogli di ferro



Perché sono un bugiardo
e dico solo la verità
mostro i miei organi interni all’esterno
ma è un verso all’inverso
un miagolare di stelle
ho paura del buio
soltanto con la testa al sole
e del sole non so che farmene
se le mie mani
tremano nelle tasche
conservo fogli di ferro
ghiacciati e splendenti
dove posso specchiarmi
e riconoscermi nonostante la ruggine
quello che so fare
è scrollarmi la pioggia dalla schiena
e ridere della mia vocazione all’incanto
posso aspettare ancora
confondermi e fantasticare
sulle macchie dei visi dimenticati
sui liquori e sul fiato
sul fato
all’angolo della strada
dove la follia
porta a pisciare la normalità
ed è un concerto per bocche assenti
ho speso gli amori
risparmiato sul cibo da dare al cuore
e sempre con un compasso negli occhi
a tracciare il cerchio della distanza
mi affaccio dalla mano che mi sfiora il viso
e non posso negare di non sentire
una vertigine alla pelle
leggera come una penna tra le dita
che scarabocchia tutte le parole
che non so dire.

venerdì 28 giugno 2013

Il volo


Ma guardami, le vertebre in disordine  
in questo pomeriggio di vento eccitato e starnuti di case in ristrutturazione.
La birra che scende nel meridione del mio corpo sfumato
un treno lento, gelato e lucente.
Resto li, a guardare la donna che stende i panni.
Piccolissima, sul materasso dello spazio disfatto.
I suoi gesti sono da penna sottile
che scrive una storia priva di splendore
un sussulto d’inchiostro bianco
come se avesse svelato un errore fatale
e uno straccio le cade di mano
ed io sorrido perché vorrei che il mio vestito di uomo
così stretto nel pugno
provasse la dolcezza di quel volo,
accartocciato su se stesso
definitivo e vibrante
e i miei strati più scuri spaccarsi in sabbia,
disperdersi e levigare l’aria pesante
che non si fa ingoiare.
Lei guarda giù
e sembra ancora più piccola,
una moneta nel fondo di una borsa.
L’acqua disegna due occhi chiusi sullo straccio bianco,
la pioggia cancella e scrive
qualcosa che riesco a decifrare,
mentre lo sguardo di lei scivola via
tra le carcasse delle cose perdute

e le piume di uccelli indifferenti.

martedì 18 giugno 2013

Un sorriso elettrico


L’alba inferocita
strappò le branchie ai respiri della notte.
Il manifesto di una morte lenta
si coprì distrattamente con una patina di sole,
come fa un uomo incosciente nel quadrato del sonno.
C’era aria informe,
di appuntamenti caricati a molla
e rispediti indietro.
Aria di nessuno,
che si aggirava in cerca di narici,
di occhi,
di sbuffate di fumo,
sfiorava le bottiglie rovesciate
solitarie bocche fredde con un dente d’acqua e labbra socchiuse.
L’aria si chinò per raccogliere quella moneta
che pagasse un altro giorno di libertà,
un sorriso elettrico
un battere di mani;
un aereo a diecimila metri
passò senza guardare.
Durò il tempo di un sogno che svolta dietro l’angolo,
l’attimo in cui la coscienza è una farfalla che cammina,
e tutto prese a respirare

come se non sapesse fare altro.

lunedì 27 maggio 2013

Il bacio rotto


Il bacio rotto
e una scheggia che si allontana
è il rumore di un chiodo che cade
la microfrattura delle intenzioni
un pensiero sulla soglia argillosa delle rughe
che trattiene le gambe
versa nel sangue gocce di silenzio
il gesso bianco
come schiuma di birra
non è servito
ha confuso per poco la faccia
sporcandola di ombre
e di pelle scaduta
mi resta la smorfia di un piccolo sole
che illumina e scalda il dito che mi porto alla bocca
per chiedermi scusa
per pesare una scusa
ci vorrà il baccano di un pennello che muore
frasi incastrate nei denti
noncuranti delle risate pigre delle discussioni
una pozza di pioggia frantumata da un piede
una notte per uscire di senno
e tornare migliore
ci vorrà un niente
per trovarsi di schiena
ammaestrato dalla memoria
in un circo di specchi
la musica guarderà stanca
il riflesso dei pezzi caduti
quella mano che ti tocca la spalla
e ti dice ecco quello che manca.


martedì 14 maggio 2013

Per tutte le altre destinazioni




Ti ho cercata al telefono
nel frigorifero rotto che ronza come una mosca stronza
nelle tovaglie macchiate del ristorante all’angolo
nella posta e nella festa
nei santi nelle madonne e nei parchi deserti sgozzati dal sole
nei pomeriggi che sembrano notti
nelle mattine indecise se nascondersi dietro una foglia
o levarsi i tacchi e correre mostrando la lingua
ti ho cercata nei palazzi del centro
nella programmazione dei cinema
nei bicchieri venati di brindisi disperati
nella puzza di piscio dei vicoli
in un treno che si morde la coda
alla pagina settantaquattro di centinaia di libri
nel posacenere colmo dei miei sogni
in una pista da ballo
nelle donne di mezza età che si guardano il culo nelle vetrine
nelle cene fredde
nell’articolo di giornale che parla di disoccupazione
nei sorrisi gelidi dei bambini
in un letto disfatto
in mezzo a persone stupide ed insignificanti
nelle storie che mi hanno raccontato
ti ho cercata
nei pazzi fermi in mezzo alla strada
in un accordo di Fa
nelle smorfie del sesso
nei gelati crema e cioccolata
nelle ambizioni di certi uomini tristi
in una puttana che fischiettava guardando altrove
in un prato di sciocchezze nascosto dietro cartelloni pubblicitari
nei venditori di auto usate
nei vecchi film di Woody Allen
nei gatti sdraiati all’ombra di un albero di limoni
in una stanza vuota dove penzola un cappio di polvere
nella confusione di notti ferite di vino
in uno scarafaggio di schiena che muore
nelle scarpe rotte
nelle finestre sporche
ti ho cercata
nei profumi incastrati nella memoria del naso
nel culo della balena
nelle bocche dei lupi
in un disco che non ha pietà
in un grido improvviso
in un abbraccio improvviso
nel mio bastardo cervello
che scalpita come un cavallo
nell’elemosina che non ha rumore
nelle rose dei disperati ambulanti
e mezzo nudo appeso alle stelle
verniciato di ombra
sventolando graffi e parole
ti ho cercata in milioni di luoghi
in preda alla calma e al furore
brandire il respiro
come fosse l’unica cosa per farsi capire
ti ho cercata
cercando
sempre
di non trovarti.

venerdì 10 maggio 2013

Occhi




Come togliere la polvere dentro gli occhi?
Come si cancellano
dal vetro interno dell’iride
le impronte delle cose che vorrebbero uscire?
Provo con un sorriso umido
con una parola impregnata di acido e miele
un soffio di vapore del mio stato di grazia
provo
provo come una roulette impazzita
che gira e spacca i muri feriti di fumo
provo con impacchi di dolore
e con radiazioni penetranti di gioia
a sbarrare le porte
con lacrime collose
a rubare la pioggia dalle vene delle nuvole
a grattar via la ruggine
i depositi dei ricordi
provo a d urlare e a stare zitto
a fare finta di niente
e fare che il niente sia finto
fino ad immaginare questi occhi saltare
in preda ad uno slancio furioso
e finire come sassi lanciati
in uno specchio d’acqua
e tornare a galla
ripuliti da tutto.

domenica 5 maggio 2013

Per un momento



Con il mio occhio pigro
vedo
la metà
di quello che non esiste
sembra poco
ma ogni volta
esplodo
di stupore e meraviglia
quando tutti
guardano il vuoto
e non ci vedono niente
mi sveglia
soltanto
l’odore della bellezza
rigoroso
che avanza
a palpebre morte
come una carezza
che non ti aspetti
posso solo
assecondare
l’ossessione
di essere me stesso
e concedermi
per un momento
alla realtà.

venerdì 3 maggio 2013

Il filo spinato delle illusioni



Sfamare le formiche
con qualcosa che non sia il mio braccio
se Dio vuole guarderò quella nuvola
e sentirò pioggia nei nervi
se non vuole lo farò lo stesso
ho tremato per un minuto intero
sessanta secondi uno dietro l’altro
li ho contati schioccando le dita
come uomini precipitati
nella scatola della primavera
il silenzio li ha accolti
subito dopo sbranati
e sono sparito
dietro le porte scorrevoli
dei miei pensieri
nella confusione di canzoni lontanissime
nei tuoi occhi magri
che continuano a perdere peso
a forza di guardare
il filo spinato delle illusioni
le mie e le tue
quelle sommate
e quelle sottratte
aggrovigliate in un raptus di vita.

sabato 27 aprile 2013

Questione di tempo



Mio fratello si è perso per strada
ma è l’unico che poi hanno ritrovato
muto come un ascensore bloccato
con una porta aperta
orgoglioso come una chiazza di sole
non mi ha mai insegnato niente
a parte distaccarmi
e scatenarmi come l’onda
la lingua è stata spesso un trampolino
dove le parole guardavano giù
e si ritiravano
per non morire nelle orecchie
di gente ricopiata con la carta carbone
un giorno con i capelli corti
e la faccia gonfia
si lavò le mani nelle mie giustificazioni
e fece finta di niente
mangiamo insieme
disse
ma restiamo seduti
come due posacenere colmi
qualcuno vedrai
ci porterà via
il sole di quel giorno
sparì pisciando dietro un caffè corretto
e sembrammo persino normali
in mezzo alla gente
che leccava gelati
o prendeva a calci in culo i figli
o alle coppie spossate
che avevano in comune solo due dita della mano
si
l’hanno ritrovato
tra un grappolo d’uva
e le bestemmie delle sirene
che rideva perfettamente
con la vita nel pugno
e il cuore imbandito di follia
io mi sto ancora cercando
senza impegnarmi troppo
magari per caso mi riconoscerò
in qualche vetrina
in un vagone che si allontana
in un' alzata di spalle
o in un albergo a due stelle
con la moquette consumata.

venerdì 26 aprile 2013

La notte



Per vomitare la notte
devi ingoiare talmente tanti sogni
e dolori e risate di ferro
che potresti trovarti da solo
a cercare spiegazioni nel fumo
degli orologi
o semplicemente nelle voci
che steccano con la memoria
ti viene incontro
e allarga le gambe
ti fa credere di essere l’unico uomo
capace di addomesticare
il pianto che non hai schizzato dagli occhi
noi ci caschiamo sempre
dentro la notte
ovunque siamo
in letti deformi
in auto asfissianti
dentro i bar
con la musica di candeggina
e le cameriere assonnate
e la pelle trasparente
nelle credenze della cucina
a cercare il sorriso
per le grandi occasioni
la schiena che sorregge il buio
è una cornice levigata
di insonnia e tumulti
fasi profonde
dove pescare una carta
o un pesce parlante
con cui confessarsi
la notte è un’eterna prossima volta
che ride e aspetta
pettinandosi i capelli.