Le cicale mi hanno sempre
procurato un grande senso di malinconia.
In strada, tre di
pomeriggio, un orario impossibile per la sopravvivenza umana, immerso nel caldo
come un cucchiaino nel miele, un silenzio spugnoso, strizzato soltanto dal
verso delle cicale.
Aspetto. Facendo movimenti
da animale in gabbia. Aspetto.
Roma è la città dei matti.
Oltre a tutto il resto certo , le chiese, la capitale, i turisti, i gatti, i
topi, gli scioperi, gli stronzi, la
bellezza, le madonne, i santi, i disgraziati, il senso dell’umorismo, il menefreghismo, il
vuoto, il caos, la distanza. Tutto.
Ma in questa città la pazzia
è straripante. C’è quello che sull’autobus grida al semaforo :” Rosso! Sei
rosso! Verde! Sei verde!! Via Labicana!” la gente ride, il caldo squaglia le
labbra in una smorfia da film dell’orrore. Se ne incontrano a decine girando di
qua e di la, sono come i gabbiani immobili sui cornicioni dei palazzi del
centro che ad un tratto partono e ritornano, gridano, sbattono la testa, e
nessuno ci fa caso. Sono pazzi anche i gabbiani.
C’è Pavarotti seduto al bar
che fuma, ad ognuno che passa mostra la lingua e i suoi tre denti, lo chiamano così perché ha subito anni fa un
intervento alla trachea, e la sua voce ricorda il ronzare di certe sveglie sul
comodino. Il primo che arriva gli chiede:” A Pavarò, ndo canti satasera?” e lui
risponde “ Ma….va….nculo..”, si percepisce solo il suono finale ma il labiale è
perfetto. Mi è venuto in mente così, come un colpo di tosse del cervello.
Ho la tempia poggiata sul
finestrino e penso alle cicale. Il solo pensiero mi fa sudare, sarà anche
l’aria condizionata con non esiste su questo autobus nell’anno 2013 che arranca
tra i cantieri di una metro che è più indefinita di un miraggio. Le cicale, dicevamo.
Io non la saprei riconoscere
una cicala. Non riesco ad immaginarmela. Ecco una cicala! No, non saprei
proprio che faccia abbia. E’ un suono, una filodiffusione che accendono in un
determinato periodo dell’anno e stop.
La malinconia delle cicale.
Già.
Mi passa davanti agli occhi
un’immagine fissa. La tengo, nonostante il tizio che accanto a me grugnisce al
telefono. Nonostante muovo la lingua dentro la bocca, sui denti e sento il
sapore del sangue. E’ un po’ di tempo che il mio sangue cerca in ogni modo di
uscire, forse ce n’è troppo, forse è stanco delle solite autostrade anatomiche,
sta di fatto che me lo sento in bocca, mi taglio continuamente, mi esce dal
naso, Cristo, dal culo, me lo sento nelle budella come magma che sta per
esplodere. Nonostante me, la tengo questa immagine.
E’ il giorno che le cicale
mi hanno morso, iniettandomi nell’anima una dose permanente di malinconia. E’ la pineta polverosa, sono gli aghi di pino
che si conficcano nei calzini, sono i panini e l’acqua nella borsa termica,
sono persone davanti e dietro di me. Camminiamo. Camminiamo per una distanza
infinita, come quelle carovane in Siberia che avanzano tra i ghiacci, noi
avanziamo nell’ ombra dei pini macchiati dal sole. Non c’è rumore. Solo i guardiani del caldo cantano una
strana canzone, e non la smettono mai.
Forse in quel momento mi
sono fermato ad ascoltare. Mi hanno morso. Incantato come i marinai di Ulisse
con le sirene, che all’ epoca non sapevo neanche chi fossero. Non ero felice e
non ero triste. Ho iniziato a non essere. Come se niente fosse accaduto mi sono
staccato. Ho preso il mio pallone, ho corso, ho respirato forte, ho tirato le
pigne contro gli alberi, ho fatto roteare un bastone come la spada di un eroe.
Ho fatto il bambino. Ma non ricordo un
solo rumore, una sola parola.
La sera ho avuto la febbre.
Una febbre molto alta, delirante, era il veleno delle cicale che danzava nel
mio corpo, dentro un’inutile notte d’estate, cianotica, strangolata tra
televisori urlanti e bucce di cocomero ho visto tutte le parole che non avevo
ancora ascoltato. Le ho viste davanti a me, una per una, guardarmi, fare un
inchino ed andare via.
Arrivo al capolinea, scendo
dall ’autobus, l’autista sbatte
bruscamente la testa sul volante, come se un cecchino dal palazzo di
fronte l’avesse centrato. C’è una
fontanella, bevo, mi bagno il viso e mi sento molto bene, accendo una sigaretta
e mi avvio tra le gambe della città. Senza nessun rumore intorno.