martedì 6 agosto 2013

La malinconia delle cicale



Le cicale mi hanno sempre procurato un grande senso di malinconia.
In strada, tre di pomeriggio, un orario impossibile per la sopravvivenza umana, immerso nel caldo come un cucchiaino nel miele, un silenzio spugnoso, strizzato soltanto dal verso delle cicale.
Aspetto. Facendo movimenti da animale in gabbia. Aspetto.
Roma è la città dei matti. Oltre a tutto il resto certo , le chiese, la capitale, i turisti, i gatti, i topi,  gli scioperi, gli stronzi, la bellezza, le madonne, i santi, i disgraziati,  il senso dell’umorismo, il menefreghismo, il vuoto, il caos, la distanza. Tutto.
Ma in questa città la pazzia è straripante. C’è quello che sull’autobus grida al semaforo :” Rosso! Sei rosso! Verde! Sei verde!! Via Labicana!” la gente ride, il caldo squaglia le labbra in una smorfia da film dell’orrore. Se ne incontrano a decine girando di qua e di la, sono come i gabbiani immobili sui cornicioni dei palazzi del centro che ad un tratto partono e ritornano, gridano, sbattono la testa, e nessuno ci fa caso. Sono pazzi anche i gabbiani.
C’è Pavarotti seduto al bar che fuma, ad ognuno che passa mostra la lingua e i suoi tre denti,  lo chiamano così perché ha subito anni fa un intervento alla trachea, e la sua voce ricorda il ronzare di certe sveglie sul comodino. Il primo che arriva gli chiede:” A Pavarò, ndo canti satasera?” e lui risponde “ Ma….va….nculo..”, si percepisce solo il suono finale ma il labiale è perfetto. Mi è venuto in mente così, come un colpo di tosse del cervello.
Ho la tempia poggiata sul finestrino e penso alle cicale. Il solo pensiero mi fa sudare, sarà anche l’aria condizionata con non esiste su questo autobus nell’anno 2013 che arranca tra i cantieri di una metro che è più indefinita di un miraggio. Le cicale, dicevamo.
Io non la saprei riconoscere una cicala. Non riesco ad immaginarmela. Ecco una cicala! No, non saprei proprio che faccia abbia. E’ un suono, una filodiffusione che accendono in un determinato periodo dell’anno e stop.
La malinconia delle cicale. Già.
Mi passa davanti agli occhi un’immagine fissa. La tengo, nonostante il tizio che accanto a me grugnisce al telefono. Nonostante muovo la lingua dentro la bocca, sui denti e sento il sapore del sangue. E’ un po’ di tempo che il mio sangue cerca in ogni modo di uscire, forse ce n’è troppo, forse è stanco delle solite autostrade anatomiche, sta di fatto che me lo sento in bocca, mi taglio continuamente, mi esce dal naso, Cristo, dal culo, me lo sento nelle budella come magma che sta per esplodere. Nonostante me, la tengo questa immagine.  
E’ il giorno che le cicale mi hanno morso, iniettandomi nell’anima una dose permanente di malinconia.  E’ la pineta polverosa, sono gli aghi di pino che si conficcano nei calzini, sono i panini e l’acqua nella borsa termica, sono persone davanti e dietro di me.  Camminiamo. Camminiamo per una distanza infinita, come quelle carovane  in  Siberia che avanzano tra i ghiacci, noi avanziamo nell’ ombra dei pini macchiati dal sole. Non c’è  rumore. Solo i guardiani del caldo cantano una strana canzone, e non la smettono mai.
Forse in quel momento mi sono fermato ad ascoltare. Mi hanno morso. Incantato come i marinai di Ulisse con le sirene, che all’ epoca non sapevo neanche chi fossero. Non ero felice e non ero triste. Ho iniziato a non essere. Come se niente fosse accaduto mi sono staccato. Ho preso il mio pallone, ho corso, ho respirato forte, ho tirato le pigne contro gli alberi, ho fatto roteare un bastone come la spada di un eroe. Ho fatto il bambino.  Ma non ricordo un solo rumore, una sola parola.
La sera ho avuto la febbre. Una febbre molto alta, delirante, era il veleno delle cicale che danzava nel mio corpo, dentro un’inutile notte d’estate, cianotica, strangolata tra televisori urlanti e bucce di cocomero ho visto tutte le parole che non avevo ancora ascoltato. Le ho viste davanti a me, una per una, guardarmi, fare un inchino ed andare via.
Arrivo al capolinea, scendo dall ’autobus, l’autista sbatte  bruscamente la testa sul volante, come se un cecchino dal palazzo di fronte l’avesse centrato.  C’è una fontanella, bevo, mi bagno il viso e mi sento molto bene, accendo una sigaretta e mi avvio tra le gambe della città. Senza nessun rumore intorno.

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