mercoledì 30 maggio 2012

Incrocio

Sono arrivato a quell’incrocio con quindici anni di ritardo.
Mi sono visto camminare a passo svelto, in mezzo ai gas delle auto, guardare il marciapiede strettissimo, una gengiva dell’asfalto.
Mi sono visto guardare oltre il guard rail, buttare gli occhi verso destra tra le piante del vivaio, un mondo verde, senza odore, troppo lontano il naso. L’ombra che mi seguiva era già claudicante, ma ho sempre pensato che in realtà fosse una zoppia dell’anima, e mi stava dietro barcollando un poco, con gli occhi vuoti e le ginocchia sbucciate. Ogni venti metri mi diceva di stare attento, ai pericoli imminenti, come la curva presa troppo stretta da un’auto galoppante, o da quelli passati che hanno solo rettilinei dove aspettarti.
Mi sono visto con le mani in tasca, ci passassi ora lo farei con una sigaretta in bocca, e con le scarpe impolverate da una terra rossa e secca, una sabbia tagliente come le gocce di certa pioggia che forse qui non è caduta mai. E diventava difficile camminare quando la strada cominciava a scendere, e non era scivolo, non era gioco, era reggersi al legno consumato della staccionata, e stare attenti alle schegge che si infilzano nelle dita, e sentire l’ombra respirare forte ed imprecare con un filo di voce.
Il semaforo rosso ha bloccato l’auto, i miei occhi di oggi nello specchietto retrovisore mi hanno implorato di guardare altrove, o di chiudersi, come una tenda scura di fronte ad un giorno non voluto. Ho detto loro va bene, guarderò il girasole dell’auto che mi precede o il tizio che tiene il tempo della musica che vibra nella sua auto battendo la mano sulla fiancata nera fiammante, o vi lascerò al buio delle palpebre, le vostre coperte di carne.
C’è sempre qualcosa che torna la domenica mattina.