Ma guardami, le vertebre in
disordine
in questo pomeriggio di
vento eccitato e starnuti di case in ristrutturazione.
La birra che scende nel
meridione del mio corpo sfumato
un treno lento, gelato e
lucente.
Resto li, a guardare la
donna che stende i panni.
Piccolissima, sul materasso
dello spazio disfatto.
I suoi gesti sono da penna
sottile
che scrive una storia priva
di splendore
un sussulto d’inchiostro
bianco
come se avesse svelato un errore
fatale
e uno straccio le cade di
mano
ed io sorrido perché vorrei
che il mio vestito di uomo
così stretto nel pugno
provasse la dolcezza di quel
volo,
accartocciato su se stesso
definitivo e vibrante
e i miei strati più scuri
spaccarsi in sabbia,
disperdersi e levigare
l’aria pesante
che non si fa ingoiare.
Lei guarda giù
e sembra ancora più piccola,
una moneta nel fondo di una
borsa.
L’acqua disegna due occhi chiusi sullo straccio bianco,
la pioggia cancella e scrive
qualcosa che riesco a
decifrare,
mentre lo sguardo di lei
scivola via
tra le carcasse delle cose
perdute
e le piume di uccelli
indifferenti.