Il telegiornale ha appena annunciato che
sicuramente questa guerra si farà.
Nessuno la vuole ma alla fine tutti si
convinceranno che sotto sotto c’è una giusta causa,
anche il giornalista, che parla giocherellando
con la penna, sembra convinto.
S. guarda lo schermo sospirando. Non ha paura
della guerra, ha paura delle giustificazioni che nasceranno, del monopolio che
avrà la morte. Preme il tasto rosso del telecomando, poi lo lancia sul divano e
guarda fuori ,attraverso la finestra.
C’è un cielo scuro che maneggia alcune nuvole
piene di pioggia, qualche luce accesa nelle finestre di fronte, una serie di
colpi di tosse grattano l’aria intorno.
Sul tavolo, vicino al computer acceso, decine
di fogli accatastati, una tazzina incrostata, un mezzo panino su un piatto di
plastica e la boccia di vetro con due pesci rossi. S. immerge lo sguardo e si
accorge che uno galleggia su un fianco mentre l’altro sembra guardare altrove,
verso un fiume soltanto sognato.
Prende il pesce morto per la coda e lo mette
nella tazzina.
Sono giorni che non scrive niente, l’ultima
parola sul monitor risale a settantadue ore fa, la storia è entrata in un
vicolo cieco e non ha voce per chiedere aiuto.
Pensa che forse dovrebbe ricominciare da capo o
lasciar perdere del tutto.
“ Non sono obbligato. Ho avuto culo la prima
volta e allora?. Non ho più niente da dire, o devo dire solo stronzate. Sono un
idiota. Dove si compra la necessità?”.
Mette la fronte su un foglio bianco e rialza di
scatto la testa. Magari per vedere impressa un’idea straordinaria o per
misurare la febbre della propria disperazione.
Attraverso il muro della stanza sente il
telefono squillare.
Rimane stupito perché nei tre mesi trascorsi in
questa casa era la prima volta che sentiva il telefono dell’altro appartamento
così vicino, così nitido.
La
signora R. , la sua vicina, risponde, si distingue un “pronto” con voce potente
e sicura poi una sbandata di parole indistinte. S. avvicina l’orecchio al muro
per sentire cosa dice quella donna; pensa al suo sguardo lievemente assente, a
quelle mani veloci, a quel sedere perfetto. La immagina totalmente nuda con la
schiena poggiata al muro e la cornetta nella mano. Sente qualcosa muoversi
nella gola, come uno spillo, ma non
riesce a capire una sola parola provenire dall’altra parte.
Con scatto fulmineo si allontana dalla parete, come se qualcuno alle
spalle l’avesse sorpreso. Rimane per un istante immobile rendendosi conto che
solo un idiota farebbe una cosa del genere: origliare come un maniaco e spaventarsi
di se stesso.
Si dirige verso il bagno: si guarda nello
specchio. La barba fatta il giorno prima, i capelli spettinati ma curati, forse
il viso un po’ stanco ma è certamente un uomo piacente.
- Ti devi scopare la signora R.-
- Ti devi scopare la signora R.-
Ogni volta che pensa a lei questa cantilena
rimbalza nella sua testa.
Ma non c’è niente da fare, non riesce proprio
ad avvicinarsi a quella donna senza diventare paonazzo e abbassare lo sguardo
per dire un “buongiorno” che sembra un rantolo.
La signora R. riaggancia. E per un attimo
rimane ferma mordendosi il labbro inferiore. Poi stacca la spina del telefono,
avvolge il filo intorno all’apparecchio, corre verso il soggiorno e lo lancia
dalla finestra.
L’impatto provoca un suono sordo, un’eco
metallico si propaga nell’aria scura dell’ora di cena.
La signora R. non osa affacciarsi, serra le
mani sul bordo della finestra e comincia a piangere lentamente con la testa
piegata sul petto. Sa perfettamente che il telefono potrebbe continuare a
squillare, anche da li, ridotto in pezzi di plastica e parole andate.
Rimane così per un tempo non calcolabile. Appoggia
la testa nell’aria invisibile per far fermare le lacrime e sembra uno straccio
di cemento che affonda in un mare nero e silenzioso.
Pensa che vorrebbe sciogliersi in pioggia, che
quel silenzio è una interminabile lama che non smette di lacerare.
“Dovrei evaporare o congelarmi, almeno non
sentirei niente. Tutta l’acqua del corpo che mi esce dagli occhi. Non vedo più.
L’anima non è affogata ma è scappata via dai solchi che ho sul viso. Un
coniglio che esce dalla tana. Dove si compra la forza? “
Sono tre mesi che la sua vita è diventata un
inferno.
Perseguitata giorno e notte da telefonate mute,
pedinamenti, biglietti sotto la porta di casa e sul parabrezza dell’auto.
Di ombre che si nascondono nelle orecchie, nei
capelli, di rumori di passi sulla sua spina dorsale.
Tre mesi che qualcuno ha deciso di frantumarla
lentamente, giorno per giorno un pezzo della sua normalità si polverizza
lasciandola inerte come un quarto di bue appeso al gancio di un macello.
La polizia dice che sta indagando, ma non è
cambiato nulla. La polizia dice di stare tranquilla.
La polizia che arriverà intorno alle 22,
chiamata dall’inquilina del piano terra vedendo il corpo della signora R. schiantarsi
nel suo giardino, proprio quando S. aveva trovato il coraggio di bussarle alla
porta in preda ad una temerarietà mai provata e con una scusa banale dirle:”
Signora F., sono S., il vicino, avrebbe del caffè da prestarmi?”.