domenica 26 gennaio 2014

Tre mesi



Il telegiornale ha appena annunciato che sicuramente questa guerra si farà.
Nessuno la vuole ma alla fine tutti si convinceranno che sotto sotto c’è una giusta causa,
anche il giornalista, che parla giocherellando con la penna, sembra convinto.
S. guarda lo schermo sospirando. Non ha paura della guerra, ha paura delle giustificazioni che nasceranno, del monopolio che avrà la morte. Preme il tasto rosso del telecomando, poi lo lancia sul divano e guarda fuori ,attraverso la finestra.
C’è un cielo scuro che maneggia alcune nuvole piene di pioggia, qualche luce accesa nelle finestre di fronte, una serie di colpi di tosse grattano l’aria intorno.
Sul tavolo, vicino al computer acceso, decine di fogli accatastati, una tazzina incrostata, un mezzo panino su un piatto di plastica e la boccia di vetro con due pesci rossi. S. immerge lo sguardo e si accorge che uno galleggia su un fianco mentre l’altro sembra guardare altrove, verso un fiume soltanto sognato.
Prende il pesce morto per la coda e lo mette nella tazzina.
Sono giorni che non scrive niente, l’ultima parola sul monitor risale a settantadue ore fa, la storia è entrata in un vicolo cieco e non ha voce per chiedere aiuto.
Pensa che forse dovrebbe ricominciare da capo o lasciar perdere del tutto.
“ Non sono obbligato. Ho avuto culo la prima volta e allora?. Non ho più niente da dire, o devo dire solo stronzate. Sono un idiota. Dove si compra la necessità?”.
Mette la fronte su un foglio bianco e rialza di scatto la testa. Magari per vedere impressa un’idea straordinaria o per misurare la febbre della propria disperazione.
Attraverso il muro della stanza sente il telefono squillare.
Rimane stupito perché nei tre mesi trascorsi in questa casa era la prima volta che sentiva il telefono dell’altro appartamento così vicino, così nitido.
 La signora R. , la sua vicina, risponde, si distingue un “pronto” con voce potente e sicura poi una sbandata di parole indistinte. S. avvicina l’orecchio al muro per sentire cosa dice quella donna; pensa al suo sguardo lievemente assente, a quelle mani veloci, a quel sedere perfetto. La immagina totalmente nuda con la schiena poggiata al muro e la cornetta nella mano. Sente qualcosa muoversi nella gola, come uno spillo,  ma non riesce a capire una sola parola provenire dall’altra parte.
Con scatto fulmineo si allontana dalla parete, come se qualcuno alle spalle l’avesse sorpreso. Rimane per un istante immobile rendendosi conto che solo un idiota farebbe una cosa del genere: origliare come un maniaco e spaventarsi di se stesso.
Si dirige verso il bagno: si guarda nello specchio. La barba fatta il giorno prima, i capelli spettinati ma curati, forse il viso un po’ stanco ma è certamente un uomo piacente.
- Ti devi scopare la signora R.-
- Ti devi scopare la signora R.-
Ogni volta che pensa a lei questa cantilena rimbalza nella sua testa.
Ma non c’è niente da fare, non riesce proprio ad avvicinarsi a quella donna senza diventare paonazzo e abbassare lo sguardo per dire un “buongiorno” che sembra un rantolo.


La signora R. riaggancia. E per un attimo rimane ferma mordendosi il labbro inferiore. Poi stacca la spina del telefono, avvolge il filo intorno all’apparecchio, corre verso il soggiorno e lo lancia dalla finestra.
L’impatto provoca un suono sordo, un’eco metallico si propaga nell’aria scura dell’ora di cena.
La signora R. non osa affacciarsi, serra le mani sul bordo della finestra e comincia a piangere lentamente con la testa piegata sul petto. Sa perfettamente che il telefono potrebbe continuare a squillare, anche da li, ridotto in pezzi di plastica e parole andate.
Rimane così per un tempo non calcolabile. Appoggia la testa nell’aria invisibile per far fermare le lacrime e sembra uno straccio di cemento che affonda in un mare nero e silenzioso.
Pensa che vorrebbe sciogliersi in pioggia, che quel silenzio è una interminabile lama che non smette di lacerare.
“Dovrei evaporare o congelarmi, almeno non sentirei niente. Tutta l’acqua del corpo che mi esce dagli occhi. Non vedo più. L’anima non è affogata ma è scappata via dai solchi che ho sul viso. Un coniglio che esce dalla tana. Dove si compra la forza? “
Sono tre mesi che la sua vita è diventata un inferno.
Perseguitata giorno e notte da telefonate mute, pedinamenti, biglietti sotto la porta di casa e sul parabrezza dell’auto.
Di ombre che si nascondono nelle orecchie, nei capelli, di rumori di passi sulla sua spina dorsale.
Tre mesi che qualcuno ha deciso di frantumarla lentamente, giorno per giorno un pezzo della sua normalità si polverizza lasciandola inerte come un quarto di bue appeso al gancio di un macello.
La polizia dice che sta indagando, ma non è cambiato nulla. La polizia dice di stare tranquilla.

La polizia che arriverà intorno alle 22, chiamata dall’inquilina del piano terra vedendo il corpo della signora R. schiantarsi nel suo giardino, proprio quando S. aveva trovato il coraggio di bussarle alla porta in preda ad una temerarietà mai provata e con una scusa banale dirle:” Signora F., sono S., il vicino, avrebbe del caffè da prestarmi?”.

1 commento:

  1. bello, per atmosfera immagini e ricerca delle parole...
    la guerra la solitudine l'impotenza la mancanza di vie d'uscita. grande!

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