mercoledì 22 gennaio 2014

Renault Clio, diciamo vecchia.



Già sulla soglia notai i suoi occhi arrossati. 
Aveva una maglietta grigia con le maniche lunghe, dei pantaloni bianchi e nella mano destra l’immancabile sigaretta.
Accennò un sorriso, era il suo modo per darmi il benvenuto, e si spostò di lato per fermi entrare.
Pulce dormiva sulla poltrona, non si mosse, solo la coda ruotò per qualche secondo come mossa da un vento inesistente e tornò nella sua posizione originale.
“Pulce! Ehi!” dissi a voce bassa. Niente, nessun segno di vita, lei sorrise e alzò le spalle come a dire
è fatto così, poi prese la giacca, che nel frattempo mi ero tolto, e la posò sullo schienale della sedia.
“ Quanto pesa, che hai qui dentro? Dei mattoni?” disse.
Non risposi, guardai la libreria  nera troppo piccola per quella stanza, la lampada ricordava uno struzzo appoggiato al muro, un quadro angosciante pendeva sulla destra in maniera vistosa.
“ Hai i capelli più scuri? ” feci, in realtà più a me stesso che a lei,
“ Sono tre anni che non ci vediamo”. Era rimasta immobile, la cenere della sigaretta era caduta in terra “ ho cambiato colore diverse volte”.
Una sirena di ambulanza attraversò quei secondi di silenzio per affievolirsi al di là della finestra,
seguivo il suono come fosse una canzone che si cerca di ricordare, né lei né Pulce ebbero la minima reazione.
“ Certo che abitare vicino all’ospedale è un po’ una scocciatura”.
“Ma no”, disse,” ci si abitua. Poteva esserci un aeroporto o la metropolitana. Alla fine si vive sempre accanto a qualcosa.”
“ Più complicato è vivere accanto a qualcuno.”
“ Già” disse.
Mi invitò a sedermi a si diresse verso il corridoio. Intanto guardavo Pulce che dormiva, guardavo la lettera semi aperta di una bolletta sul tavolo, guardavo una piccola macchia d’olio sui miei pantaloni che avevo dimenticato di pulire. Guardavo la luce di quell’ottavo piano in zona semi periferica e mi veniva in mente un quadro di Hopper di cui non conoscevo il nome.
Tornò con due bicchieri di vino.
“ Ecco qua, salute.”
“Salute” dissi.
“ Ho saputo che sei stato male.”
“ Si. Ma ora sto bene, devo fare dei controlli ogni tanto ma sto bene.”
Non ci guardavamo, forse non avrebbe voluto dirlo ed io non avrei voluto rispondere.
“L’ho saputo soltanto molto tempo dopo. Mi dispiace, altrimenti..”
“Altrimenti? “
“ Non lo so. Altrimenti e basta” disse sorridendo.

Restammo li seduti a parlare per altre due ore. Finimmo il vino. Finimmo gli argomenti meno spigolosi. Il via vai di sirene non si era interrotto, come la pioggia che cambiava solo d’intensità.
Mi prese la mano e notai che aveva una piccola bruciatura tra il pollice e l’indice, forse causata dal forno della cucina.
“ Ritrovarsi dopo tutti questi anni, in questo modo, è stato bello e spaventoso anche. Come se tutto fosse indipendente dalla nostra volontà. Il destino no? Ecco, ora comincio a delirare.” , mimando il gesto di strapparsi il capelli.
“ Il destino o non so chi o che cosa, ha voluto che leggessi la tua inserzione:-Vendesi Renault Clio, diciamo vecchia- era troppo assurdo per non telefonare.
Si, è stato bello. Ha fatto piacere anche a me. Pensavo che sarà bello anche perdersi di nuovo.”
“ Lo spero. Questo significa che la macchina che ti vendo è un buon affare”. Disse.
“ Anche se non lo fosse non ti chiamerò”,risposi.
“ Se dovessi farlo non ti risponderò”.

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