Già sulla soglia notai i suoi occhi arrossati.
Aveva una
maglietta grigia con le maniche lunghe, dei pantaloni bianchi e nella mano
destra l’immancabile sigaretta.
Accennò un sorriso, era il suo modo per darmi il benvenuto,
e si spostò di lato per fermi entrare.
Pulce dormiva sulla poltrona, non si mosse, solo la coda
ruotò per qualche secondo come mossa da un vento inesistente e tornò nella sua
posizione originale.
“Pulce! Ehi!” dissi a voce bassa. Niente, nessun segno di
vita, lei sorrise e alzò le spalle come a dire
è fatto così, poi
prese la giacca, che nel frattempo mi ero tolto, e la posò sullo schienale della
sedia.
“ Quanto pesa, che hai qui dentro? Dei mattoni?” disse.
Non risposi, guardai la libreria nera troppo piccola per quella stanza, la lampada
ricordava uno struzzo appoggiato al muro, un quadro angosciante pendeva sulla
destra in maniera vistosa.
“ Hai i capelli più scuri? ” feci, in realtà più a me stesso
che a lei,
“ Sono tre anni che non ci vediamo”. Era rimasta immobile,
la cenere della sigaretta era caduta in terra “ ho cambiato colore diverse
volte”.
Una sirena di ambulanza attraversò quei secondi di silenzio
per affievolirsi al di là della finestra,
seguivo il suono come fosse una canzone che si cerca di
ricordare, né lei né Pulce ebbero la minima reazione.
“ Certo che abitare vicino all’ospedale è un po’ una
scocciatura”.
“Ma no”, disse,” ci si abitua. Poteva esserci un aeroporto o
la metropolitana. Alla fine si vive sempre accanto a qualcosa.”
“ Più complicato è vivere accanto a qualcuno.”
“ Già” disse.
Mi invitò a sedermi a si diresse verso il corridoio. Intanto
guardavo Pulce che dormiva, guardavo la lettera semi aperta di una bolletta sul
tavolo, guardavo una piccola macchia d’olio sui miei pantaloni che avevo dimenticato
di pulire. Guardavo la luce di quell’ottavo piano in zona semi periferica e mi
veniva in mente un quadro di Hopper di cui non conoscevo il nome.
Tornò con due bicchieri di vino.
“ Ecco qua, salute.”
“Salute” dissi.
“ Ho saputo che sei stato male.”
“ Si. Ma ora sto bene, devo fare dei controlli ogni tanto ma
sto bene.”
Non ci guardavamo, forse non avrebbe voluto dirlo ed io non
avrei voluto rispondere.
“L’ho saputo soltanto molto tempo dopo. Mi dispiace,
altrimenti..”
“Altrimenti? “
“ Non lo so. Altrimenti e basta” disse sorridendo.
Restammo li seduti a parlare per altre due ore. Finimmo il
vino. Finimmo gli argomenti meno spigolosi. Il via vai di sirene non si era
interrotto, come la pioggia che cambiava solo d’intensità.
Mi prese la mano e notai che aveva una piccola bruciatura
tra il pollice e l’indice, forse causata dal forno della cucina.
“ Ritrovarsi dopo tutti questi anni, in questo modo, è stato
bello e spaventoso anche. Come se tutto fosse indipendente dalla nostra
volontà. Il destino no? Ecco, ora comincio a delirare.” , mimando il gesto di
strapparsi il capelli.
“ Il destino o non so chi o che cosa, ha voluto che leggessi
la tua inserzione:-Vendesi Renault Clio, diciamo vecchia- era troppo assurdo per non telefonare.
Si, è stato bello. Ha fatto piacere anche a me. Pensavo che
sarà bello anche perdersi di nuovo.”
“ Lo spero. Questo significa che la macchina che ti vendo è
un buon affare”. Disse.
“ Anche se non lo fosse non ti chiamerò”,risposi.
“ Se dovessi farlo non ti risponderò”.
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