lunedì 18 novembre 2013

L'ultimo ballo


Il vento era solito passeggiare a sera inoltrata quando da quelle parti nessuno più si vedeva in giro. In quel posto, ad un orario non ben definito ma preciso, non girava anima viva né anima morta, neanche un foglio di giornale, un filo d’acqua da una fontanella, niente di niente.
Quello era il momento del vento.
Con passi leggeri camminava tendendo le mani dietro la schiena, si guardava intorno, annusava qualche fiore di plastica, infilava la testa in un cassonetto, rideva forte entrando nei vicoli sporchi di luce giallastra che parevano malati ciondolanti nelle corsie di ospedali.
Saliva sui tetti, sfiorava la pelle dei cartelli stradali, ballava con le serrande chiuse dei negozi, spezzava le antenne delle televisioni con incontenibile gioia.
Nessuno lo aveva mai visto, la gente del posto non lo conosceva. Non ci credeva.
Si fermava solo per pochi istanti, arrivato davanti al mare. L’unico momento in cui aveva paura.
Quell’ immenso straccio nero era vivo davanti a lui, indifferente, che respirava come una bestia addormentata, che poi esplodeva in urla di sale, lanciando pezzi di legno e sogni di uomini.
Alzava la sabbia all’altezza degli occhi per non vedere, poi la fuga, ansimante verso il cemento armato della caserma di Polizia, dentro la pineta deserta, nel guaire di cani legati a catena nei cimiteri di auto.
Tornava ai suoi passi come se niente fosse, con in mano un sacchetto di lacrime che avrebbe mangiato guardando, seduto su un albero, quella palla bianca nel cielo.
Una sera decise di sparire. L’ultima passeggiata. L’ultimo ballo prima di infilarsi chissà dove.
Fischiettando stracciò un cartellone pubblicitario e si diresse verso il suo incubo. Cambiò strada mille volte finendo in strade senza uscita, ascoltò pianti di neonati digrignando i denti, bevve il bicchiere delle staffa di qualcun altro. Giunse in un giardino,  triste come la sua pelle invernale che cominciava a bruciare, guardò la terra scura, i mattoni rossi del palazzo erano arterie che non poteva scalfire. Il tavolo bianco si mosse al suo passaggio, la reverenza delle cose lo colpiva come la prima volta, ma il libro non si mosse. Quel libro era immobile, fermo, che sprigionava la forza che solo i libri hanno. Il vento sfogliò le pagine una ad una, mille volte e forse di più, le sfogliò fino a diventarne parte.
L’inchiostro del tempo e il sangue del vento scrissero il verso di una poesia che rimase impresso nella memoria del mare che al mattino si sarebbe accorto di essere diverso, si sarebbe guardato intorno in cerca di spiegazione.
Gli stessi uomini che millantano di non aver mai visto il vento sono gli stessi che sono certi di sapere che quel libro è nascosto dentro una valigia nel fondo di qualche abisso.

mercoledì 13 novembre 2013

La poesia mi ucciderà


La poesia mi ucciderà.
Mentre cercherò di addormentarmi
o appena sveglio
fango sugli occhi
erezione caffè sigaretta
a pisciare via birra olandese e chiedere il permesso
ascoltando i colpi di tosse dietro le spalle
tra le bestemmie del vento
e l’insalata marcia nel frigo
quando i tuoi occhi chiusi mi guarderanno
e sarò in controluce più bello di una boccata di sole
dopo aver prestato attenzione
sapendo di non rivederla più
quando un cane mi annuserà il piede
e i pagliacci si struccheranno con lacrime e vino
dopo aver ricevuto una buona notizia
e confondere il freddo con una carezza
o accasciato tra i “ tutto bene”
e le gambe divaricate dei “lasciamo stare”
mi ucciderà camminando su spilli
spiando da finestre immaginarie
mi ucciderà mentre tutti parleranno
dei morti ammazzati
dei prezzi delle palestre
di cazzate scintillanti ciondolanti sul collo
di Dio
o semplicemente d’amore
in un giorno di attesa e di sbagli
quando tutti i denti di un sorriso
si sgretoleranno in polvere
è sarò costretto ad inventare la felicità
mentre urlerò tra le lancette delle esplosioni
e sarò pane per i miei sogni.
La poesia mi ucciderà.
Lo so.
Lasciandomi vivo.

sabato 9 novembre 2013

Freddo alla schiena


Chissà quanto hai impiegato a digerire le mie mani
salate di gesti sbagliati e gonfie di intenzioni rapprese
guarda questi fili che mi tengono dritto
corrono e si intrecciano tra le gambe della gente
e le loro parole tristi come gli scacchi mangiati
il freddo alla schiena è un ballerino che beve la nebbia
fa il suo spettacolo e sparisce leggero
mi lascia orme astute da spiegare
profumi di donne che non riconosco
chissà cosa pensa la pelle morta
uccisa da una carezza
o le unghie spezzate dall’ennesimo
tentativo di sopravvivenza
e lo specchio lasciato li fermo
quando vede soltanto il sole sul muro e bossoli di polvere
ci sono momenti in cui metto l’orecchio nella valigia
e sento gli angoli del silenzio sbattere intorno
che non ritorno nonostante mi aspetti
istanti appiccicosi che mi remano contro
in un abbraccio del tempo perso
che nella foga grida e mi infila un dito nell’occhio.

martedì 5 novembre 2013

Nel deserto del nostro furore


Il nostro silenzio insoddisfatto
preferisce nascondersi a testa bassa
in un paio di scarpe rovesciate
i passi che ci riporteranno verso le case
qualcosa da fare
dentro stanze già gelide ad inizio Novembre
noi sputiamo boccate di fumo
sigarette accese
che sono le candeline inverse dei compleanni
scioriniamo impazienza nel deserto del nostro furore
per farci da parte nella parte sbagliata
col fare di chi prega il proprio dio di cartone
e stare pensosi  in procinto di esplodere
a guardare la strada nuda
a scacciare le rose degli ambulanti
ad ascoltare il rumore del mare
in una bottiglia di birra.
Sono malato di qualcosa che non so spiegare
farlo sarebbe chiudersi in cerchio con la propria anima
e cercare di uscire col proprio cervello
una lotta di sangue e carezze
di risate tra i pezzi di specchio
allora mi leggo gli occhi per addormentarmi
stupido metodo per evitare che affondi
buon Natale tra poco più di un mese
buona notte per tutte le volte
che farò un sogno che non ricorderò.

lunedì 4 novembre 2013

Di che morte morire

Alla fermata dell’autobus
dove il buio si muove ciondolante
petali di occhi soffiati via
il vivo e non vivo
da sempre un pareggio insulso
e le cicche di sigaretta
sono il corallo della strada
ci gravitano sospiri e gas danzanti
buste squarciate e mani dietro le luci
le bucce di banane
hanno lingue marce
mentre sussurrano indiscrezioni sul traffico
e stenti di vecchi baci affissi sui muri
i volti dentro i grandi vetri
sono mostruosi
il mio ancor di più
si espande come una macchia
sulle auto che avanzano
sono tutte scarafaggi con gli occhi gialli
sanno benissimo
che sutureranno la notte
e graffieranno la schiena
della tangenziale
dicendo l’amore colpisce
i più deboli
ed uccide i più forti.
Potrei essere immerso
in un enorme televisore
le ragazze col cellulare in mano
staranno cambiando canale
ma non c’è niente di meglio
non c’è niente da fare
il puntino rosso del semaforo
lo stesso dello schermo nero
velato di polvere
che schiaffeggia i miei risvegli
l’occhio verde di Polifemo
insegue la pubblicità
di un centro commerciale
e nessuno
presta soccorso al cielo
che sta per cadere
raccolgo  l’ennesimo sguardo delle foglie cadute
intaseranno i tombini
e i cuori vuoti
ci saranno pozze di pioggia e di lacrime
navigabili a vista da uomini e sogni
bestemmie e sbadigli
stanchezza da raccontare
ci sarà un appuntamento mancato
e una cena da riscaldare
un ragazzo in bicicletta
che va senza mani
una carezza che urla
nella tasca dei pantaloni
ma ora il buio
è una donna che fuma
è la gentilezza di un colpo di tosse
che accarezza il silenzio
come un cane legato al palo.