mercoledì 26 marzo 2014

On Off


L’uomo spegne la luce. La donna la riaccende.
Vanno avanti per un po’, forse dieci volte. On-Off. On- Off.
Probabilmente più di venti.
On-Off, On-Off, con pause sempre più brevi.
La lampadina muore con un ronzio. On e Off diventano uguali. Come guardarsi allo specchio al buio.
-Hai vinto tu-
-Ovvio-
-Col cazzo che hai vinto. Posso prendere l’accendino ed attaccarti la fiamma sugli occhi.
Posso darmi fuoco ai capelli. Posso cambiare la lampadina.-
-Viviamo in un labirinto. Potresti non tornare.-
-E’ un’eventualità. Come tutto.-
La donna si muove lentamente nel buio, urta contro qualcosa.
-Ti sei fatta male?-
-Tu? Ti sei mai fatto male?-
-Si.-
-Voglio accendere la televisione. E fare luce.-
-Su di me?-
- Anche. Ma so che riuscirò a vedere solo la tua nuca. E’ molto più espressiva della tua faccia.-
-Grazie.-
La donna muove la mano nel buio, come fosse immersa dentro acqua nera, sfiora il muro freddo e tornando indietro sulla traiettoria fa cadere qualcosa, un bicchiere.
-Tanto era vuoto.-
-E’ colpa tua. Tu sei questo. Il buio. Questa è la tua condizione perfetta. Immobile. Pesante. Il bicchiere non si è rotto e tu credi di essere salvo.-
-Io credo che quel bicchiere neanche esista.-
-Lo so. -
-Lo sai? Vedi, non hai bisogno di vedere.-
L’uomo fa due passi indietro. Altri due. Capisce di essere vicino alla finestra, uno spillo d’ aria fredda lo infilza alla schiena.
-E’ la tua mano questa?-
-Si.-
La donna tocca lo schermo inerte del televisore, sente la polvere sulle dita.
-Abbiamo perso entrambi.-
-Si. abbiamo perso entrambi qualcosa.-

martedì 18 marzo 2014

Sensazione


Eppure
ho avuto la netta sensazione di averti baciata di recente
è una follia si
ma il tempo delle labbra è un’altra cosa
pensa a quante parole hanno appoggiato la testa sul muro delle guance
chissà quanti morsi e quanto sangue
quanto freddo e quanto alcol
non so se valgono i sospiri
è stato un attimo
forse il rumore di una sedia
o la mano nella tasca che sfiorava una moneta
un pensiero rotolato per le scale
è come se ogni inverno pronto a spaccarti la bocca
ed ogni estate che te la prosciuga
provocasse un’eruzione di memoria
e i baci dati e andati
non fossero altro che una lava leggera e inesorabile
continua e inarrestabile
che si impossessa di quel poco di anima rimasta
per renderla straccio e corazza
e quando succede non basta
quel sorriso di carta velina fissato con puntine da disegno
che si agita al soffio di un vago mi ricordo
non serve nulla per la verità
che hai
niente
ma ho guardato fuori
in mezzo al vapore di pioggia che ammazzava un assurdo giorno di festa
tra i colori che hai conservato per anni
e le nostre voci che non ricordiamo neanche più.

venerdì 7 marzo 2014

Tasche bucate

Nessuno ci reclama ma da qualche parte qualcuno ci cerca.
Ci perdono e ci riportano indietro
ci ritrovano e ci mettono in gioco
si sbagliano e si convincono
di avere e di non avere
dentro le tasche bucate di giacche
tenute strette nella morsa di un braccio
perché il caldo è un’attesa asfissiante
e il freddo è molliche di pane negli angoli
guardiamo distratti la prospettiva dei passi
che aspettano che il caffè si raffreddi
eravamo qui ma non ci siamo ora
abbiamo illuso gli occhi chiusi
con i giornali incastrati nelle ringhiere
e non possiamo volare via
e neanche restare
non abbiamo scelta
se non sfregare il respiro
con un cerchio alla testa
siamo immersi nel buio del sole
che scalda solo il vetro macchiato
dai manifesti assurdi di feste lontane
cerchiamo di avere pazienza
e tempo da recuperare
ciondolando la testa
nelle frasi che sentiamo arrivare
ci salveremo probabilmente
solo con lo specchio di una domanda
impercettibile riflesso di brillantezza
che aggiunge due denti a un sorriso distratto.

mercoledì 5 marzo 2014

Adeguato

L’oscenità dei “tutto bene”
fiori secchi dentro le bocche
per omaggiare il riflesso con un miraggio
mi basta un bicchiere di primavera dell’anno scorso
per essere adeguato
per celare i lividi sulla lingua
e pensare al titolo di quella canzone che ho sentito alla radio
ho visto le mie scarpe in stato confusionale
all’imbocco di piazze dove c’erano tutti
e non c’era nessuno
ed esseri umani in salita verso il regno dei ciechi
ho visto una tua foto camminare con la testa bassa
dentro stanze senza scampo
e stirare le pieghe del muro dove si insidiano vaghi bisbigli
mettere in piano la mia voce inclinata e dire Ecco fatto
ma poi il pensiero che questo è il giorno
in cui capita che mi dimentichi di respirare
ha sfondato il vetro del mio bicchiere
sono un sasso che ferma le carte che potrebbero cadere.