Se c’è una cosa che ho sempre amato è il mare.
Ora me lo trovo davanti che agita le mani come a
salutare qualcuno dietro di me, ma dietro di me non c’è nessuno.
Si muove, a volte sembra legno azzurro che in modo
impercettibile si allontana e si avvicina.
Io sono qui ad osservarlo tutti i giorni e tutte le
notti.
Vedo le poche auto parcheggiate, soprattutto in
questa stagione, le coppie che passeggiano abbracciate e strette nelle sciarpe,
i cani che strattonano il guinzaglio per annusare le macchie dell’asfalto.
Una volta ho visto un omicidio.
Un’auto blu ha inchiodato, dal lato del passeggero è
partito un colpo di pistola che ha perforato il petto di un uomo seduto sul
cofano della propria vettura. E’ crollato in terra ma prima ha rivolto i suoi
occhi verso di me, come un altro proiettile il suo sguardo mi ha trafitto.
L’immobilità.
L’auto blu è ripartita e anche il mare.
Per qualche ora è rimasto tutto fermo. Io e il
cadavere.
Anche la sera pareva essersi incollata alla scena
lasciando una scia scura che confondeva i contorni della scena.
Il lampeggiante della polizia ha staccato la
pellicola della sera illuminando di blu quel piccolo tratto di lungomare, poi
l’ambulanza, qualche curioso si è fermato un istante per andare via e
restituirsi alla strada.
Di nuovo il buio e il rumore delle piccole onde che
senza forza cercavano di imitare una qualche burrasca.
Sono dieci anni che sono qui.
Che vedo albe e tramonti, che sento la pioggia e il
vento,
il sole arroventarmi, il gelo stringermi forte, che
sento parlare, piangere, urlare, che sento la pelle degli uomini, le suole
delle scarpe calpestarmi.
Avrei dovuto andarmene prima, restare un anno al
massimo, ma chissà perché si sono dimenticati di me e sono ancora qui. Ne ho
viste di persone guardarmi sconvolte, scuotere la testa come ad osservare un
monumento all’ indecenza, maledirmi solo perché le mie spalle rubavano loro la
luce.
Ieri sono arrivate nuove persone, piene di scatoloni
e di valigie, hanno l’aria di essere state trasportate dal vento come la sabbia
che mi ritrovo addosso, lo stesso sguardo sottile mentre contano la mia
ruggine, mentre infilano le dita nei buchi della mia coperta verde ormai logora
come una vela dopo mille tempeste.
Io sono ancora qui. E’ passato un altro mese e gli
ultimi arrivati hanno messo un tavolo di plastica tra le mie gambe, mangiano e
guardano la televisione.
Li ho sentiti dire che tra qualche giorno mi
porteranno via, che verrò smantellata e piazzata chissà dove. Loro avranno
nuova luce ed io nuovi orizzonti.
Anche se questa storia l’ho sentita tante volte che
ormai non ci credo più.