mercoledì 30 gennaio 2013

L'impalcatura





Se c’è una cosa che ho sempre amato è il mare.
Ora me lo trovo davanti che agita le mani come a salutare qualcuno dietro di me, ma dietro di me non c’è nessuno.
Si muove, a volte sembra legno azzurro che in modo impercettibile si allontana e si avvicina.
Io sono qui ad osservarlo tutti i giorni e tutte le notti.
Vedo le poche auto parcheggiate, soprattutto in questa stagione, le coppie che passeggiano abbracciate e strette nelle sciarpe, i cani che strattonano il guinzaglio per annusare le macchie dell’asfalto.
Una volta ho visto un omicidio.
Un’auto blu ha inchiodato, dal lato del passeggero è partito un colpo di pistola che ha perforato il petto di un uomo seduto sul cofano della propria vettura. E’ crollato in terra ma prima ha rivolto i suoi occhi verso di me, come un altro proiettile il suo sguardo mi ha trafitto. L’immobilità.
L’auto blu è ripartita e anche il mare.
Per qualche ora è rimasto tutto fermo. Io e il cadavere.
Anche la sera pareva essersi incollata alla scena lasciando una scia scura che confondeva i contorni della scena.
Il lampeggiante della polizia ha staccato la pellicola della sera illuminando di blu quel piccolo tratto di lungomare, poi l’ambulanza, qualche curioso si è fermato un istante per andare via e restituirsi alla strada.
Di nuovo il buio e il rumore delle piccole onde che senza forza cercavano di imitare una qualche burrasca.
Sono dieci anni che sono qui.
Che vedo albe e tramonti, che sento la pioggia e il vento,
il sole arroventarmi, il gelo stringermi forte, che sento parlare, piangere, urlare, che sento la pelle degli uomini, le suole delle scarpe calpestarmi.
Avrei dovuto andarmene prima, restare un anno al massimo, ma chissà perché si sono dimenticati di me e sono ancora qui. Ne ho viste di persone guardarmi sconvolte, scuotere la testa come ad osservare un monumento all’ indecenza, maledirmi solo perché le mie spalle rubavano loro la luce.
Ieri sono arrivate nuove persone, piene di scatoloni e di valigie, hanno l’aria di essere state trasportate dal vento come la sabbia che mi ritrovo addosso, lo stesso sguardo sottile mentre contano la mia ruggine, mentre infilano le dita nei buchi della mia coperta verde ormai logora come una vela dopo mille tempeste.
Io sono ancora qui. E’ passato un altro mese e gli ultimi arrivati hanno messo un tavolo di plastica tra le mie gambe, mangiano e guardano la televisione.
Li ho sentiti dire che tra qualche giorno mi porteranno via, che verrò smantellata e piazzata chissà dove. Loro avranno nuova luce ed io nuovi orizzonti.
Anche se questa storia l’ho sentita tante volte che ormai non ci credo più.

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