lunedì 25 marzo 2013

I capelli delle donne che ho amato


I capelli delle donne che ho amato mi perseguitano.
Me li trovo davanti agli occhi e dentro la bocca
sono odori randagi che si fanno gioco delle mie narici
tutti questi capelli io me li ritrovo mischiati in ombra
ma posso giurare di riconoscerli tutti
uno ad uno starei li a salutarli
perché nelle loro onde o dentro quelle saette
nelle spiagge di tempie lucenti
o nella penombra di una mezza maschera
negli affluenti pieni di pioggia
o nella tromba di un vento maestoso
so come farli suonare o tacere
potrei accordarli sulla nota del mio respiro
e dare una musica alla mia asfissia
potrei usare tutti quei colori
per ripararmi sotto i temporali
come un arcobaleno personale
inchiodato a due assi di cielo.

venerdì 22 marzo 2013

La stanza


I palazzi a strapiombo sulla città.
Una strana scogliera battuta dai miei passi leggeri e dal vento bollente, sembrava essere sott’acqua.
Guardavo in alto ed avevo gli occhi umidi di sudore.
Ho aperto la finestra, la prima cosa da fare. La prima cosa che ho fatto. Una finestra dalle ossa rotte, fragile e preziosa come può essere quella carta che protegge l’inutilità. Davanti ai miei occhi un albero gigantesco, una coperta di foglie con dentro un corpo vivo che respirava piano. Era la penombra dell’attesa. Un’auto passò molti metri più in basso, come uno scarafaggio rosso sparì sotto il battiscopa della strada e per un attimo ho immaginato una grande scopa seguirlo per scacciarlo via.
Guardavo la via dimenticandomi di lei. Da qualche parte si udì un colpo di tosse.
Voltai  le spalle alla finestra diventando una foglia dell’albero, o un suo insetto,  lei era in mezzo alla stanza che si guardava intorno mordendosi il labbro, si avvicinò mettendomi una mano sulla spalla.
“ E’ Modigliani quello nel corridoio?” lo disse mentre il suo dito seguiva il bordo del vetro fino ad arrivare ad una piccola crepatura nell’angolo destro. Non era una domanda, era un modo per sciogliermi le mani, per graffiarmi la parte nuova del cuore.
Tutte le mie cose erano in terra, in attesa di nascondersi di nuovo dentro il buio di un armadio o di un cassetto, pronte a prendere altra polvere, ad essere appese, dimenticate.
Accesi la prima sigaretta di questa stanza e mi accorsi che il fumo era fermo in aria, presente e reale, quello che verrà poi non sarà più lo stesso.
Lei si era sfilata le scarpe e seduta sul letto muoveva le gambe come se fossero immerse nell’acqua.
Era un letto piccolissimo,successivamente mi fu difficile dormire, i sogni sfuggivano, ne ricordavo sempre piccoli frammenti,  fare l’amore era legarsi nello spazio di un respiro.
Ho passato alcuni anni in quella stanza. Lì ho capito il linguaggio del gelo e del fuoco, ho visto la musica attaccarsi alle pareti e non voler più scendere, lì mi sono spezzato le mani per scrivermi addosso, ho strisciato sul pavimento e vomitato in un secchio, ho riso così tanto da piangere, ed ho pianto così tanto da essere come sono, ho chiuso l’alba fuori dalla porta, ho vissuto addii dopo notti troppo brevi.
Alcuni anni ed ho rimesso le mie cose in terra, altro buio nei cartoni, l’ultima sigaretta sorella della prima, i passi nel corridoio. “ Si, è Modigliani.” Ma non era una risposta.

lunedì 18 marzo 2013

Andatura


Lo stato confusionale
dei primi passi verso la primavera
gocce di fuoco
non bagnano e non danno calore
solo il bagliore
catena di morsi a vuoto
lega gli occhi
alla spina dorsale delle nuvole
non mi sento
né felice né triste
nel cercare il bottone
che sazi l’asola del mio cervello
mi accorgo vivo
mentre infilo un passo dietro l’altro
anche se ne salto uno
resto vivo nell’ attesa
nella mezz’ aria
gli incontri col vento
hanno la solita musica
che ti sveglia di notte
come un bacio
scarabocchiato sul viso
ma ho tardato
nonostante la mia andatura
liquida ed esperta
fermo a guardare
i gabbiani sul lungotevere
uno porta nel becco
l’avanzo di un mio ricordo
e gira in tondo
cercando la mia memoria
su cui accanirsi.