venerdì 22 marzo 2013

La stanza


I palazzi a strapiombo sulla città.
Una strana scogliera battuta dai miei passi leggeri e dal vento bollente, sembrava essere sott’acqua.
Guardavo in alto ed avevo gli occhi umidi di sudore.
Ho aperto la finestra, la prima cosa da fare. La prima cosa che ho fatto. Una finestra dalle ossa rotte, fragile e preziosa come può essere quella carta che protegge l’inutilità. Davanti ai miei occhi un albero gigantesco, una coperta di foglie con dentro un corpo vivo che respirava piano. Era la penombra dell’attesa. Un’auto passò molti metri più in basso, come uno scarafaggio rosso sparì sotto il battiscopa della strada e per un attimo ho immaginato una grande scopa seguirlo per scacciarlo via.
Guardavo la via dimenticandomi di lei. Da qualche parte si udì un colpo di tosse.
Voltai  le spalle alla finestra diventando una foglia dell’albero, o un suo insetto,  lei era in mezzo alla stanza che si guardava intorno mordendosi il labbro, si avvicinò mettendomi una mano sulla spalla.
“ E’ Modigliani quello nel corridoio?” lo disse mentre il suo dito seguiva il bordo del vetro fino ad arrivare ad una piccola crepatura nell’angolo destro. Non era una domanda, era un modo per sciogliermi le mani, per graffiarmi la parte nuova del cuore.
Tutte le mie cose erano in terra, in attesa di nascondersi di nuovo dentro il buio di un armadio o di un cassetto, pronte a prendere altra polvere, ad essere appese, dimenticate.
Accesi la prima sigaretta di questa stanza e mi accorsi che il fumo era fermo in aria, presente e reale, quello che verrà poi non sarà più lo stesso.
Lei si era sfilata le scarpe e seduta sul letto muoveva le gambe come se fossero immerse nell’acqua.
Era un letto piccolissimo,successivamente mi fu difficile dormire, i sogni sfuggivano, ne ricordavo sempre piccoli frammenti,  fare l’amore era legarsi nello spazio di un respiro.
Ho passato alcuni anni in quella stanza. Lì ho capito il linguaggio del gelo e del fuoco, ho visto la musica attaccarsi alle pareti e non voler più scendere, lì mi sono spezzato le mani per scrivermi addosso, ho strisciato sul pavimento e vomitato in un secchio, ho riso così tanto da piangere, ed ho pianto così tanto da essere come sono, ho chiuso l’alba fuori dalla porta, ho vissuto addii dopo notti troppo brevi.
Alcuni anni ed ho rimesso le mie cose in terra, altro buio nei cartoni, l’ultima sigaretta sorella della prima, i passi nel corridoio. “ Si, è Modigliani.” Ma non era una risposta.

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