Il primo aveva freddo da
tempo
da quando a quattordici anni
e mezzo
si sbucciò gli occhi
guardando la luna
da allora la sua faccia
suscitava prurito
tra quelli che non hanno mai
niente da dire.
Il secondo era figlio di un
attaccapanni
viveva di schiena ed in
punta di piedi
cercava di toccare qualunque
soffitto
in un frigobar conservava le
parole
per il giorno in cui avesse
un viso a qui dirle.
La terza era una donna alta
e invisibile
innamorata degli ombrelli
dimenticati
nei giorni di pioggia
cambiava colore ai capelli
e camminava per ore nel suo
cervello
schiacciando le rose dei
suoi spasimanti.
Il quarto aveva le tasche
gonfie di sabbia
costruiva con rabbia
farfalle di cemento
e le gettava nel fiume con
uno schiocco di dita
fumava deciso le intenzioni
di volo
spogliando ingordo i sogni
davanti agli occhiali.
Si ritrovarono con un
tavolino davanti
un legno perfetto da
addomesticare
ognuno con una pasticca di
silenzio da ingoiare
e un bicchiere di marasma
per confessare
di essere solo guerra e solo
armonia.