venerdì 28 febbraio 2014

Il tavolino


Il primo aveva freddo da tempo
da quando a quattordici anni e mezzo
si sbucciò gli occhi guardando la luna
da allora la sua faccia suscitava  prurito
tra quelli che non hanno mai niente da dire.
Il secondo era figlio di un attaccapanni
viveva di schiena ed in punta di piedi
cercava di toccare qualunque soffitto
in un frigobar conservava le parole
per il giorno in cui avesse un viso a qui dirle.
La terza era una donna alta e invisibile
innamorata degli ombrelli dimenticati
nei giorni di pioggia cambiava colore ai capelli
e camminava per ore nel suo cervello
schiacciando le rose dei suoi spasimanti.
Il quarto aveva le tasche gonfie di sabbia
costruiva con rabbia farfalle di cemento
e le gettava nel fiume con uno schiocco di dita
fumava deciso le intenzioni di volo
spogliando ingordo i sogni davanti agli occhiali.
Si ritrovarono con un tavolino davanti
un legno perfetto da addomesticare
ognuno con una pasticca di silenzio da ingoiare
e un bicchiere di marasma per confessare
di essere solo guerra e solo armonia.

martedì 25 febbraio 2014

Poche parole


Questo raggio di sole è un enorme dito medio
è di poche parole
ed io non voglio ascoltare
mi prendo l’insulto con gli occhi socchiusi
perché non voglio problemi con le stagioni
hanno ragione
sono pazze bastarde
che non conoscono autoironia
ha ragione persino la sete
che spalleggia l’ombra di un manichino annoiato che si gratta una mano
non dovevo parlarti di me in terza persona
e guardare fuori dal finestrino
come fanno gli appagati per caso
ed immaginare
ragnatele su sere balorde
e parole infilzate in molliche di pane
dita gelate a palpeggiare il culo del fumo
pezzi di carta con le gambe spezzate
non dovevo usare lo scotch
per le parti delicate dell’anima
forse neanche l’inchiostro per disinfettare
poche parole
un cucchiaio per fare un buco nel muro
ed evadere da me stesso
col fiato grosso
e le scarpe sporche di fango
com’è strano sentirsi negli occhi
la febbre che c’ hanno raccontato
sagome deformate che tengono il tempo
in una scatola di latta e guardano lontano.

lunedì 24 febbraio 2014

In ritardo


E così mi sono fermato.
Immobile come un cartello su un prato.
Chissà cosa c’è scritto sopra. 
Sopra di me.
Non calpestare.
O forse non c’è scritto niente, può passare chiunque e scarabocchiare qualcosa.
Da questa distanza ,
il cane che trotta con la lingua di fuori , non ha razza. 
E’ un massa pelosa con una virgola rosa che muore sdraiata ad un lato della bocca.
Quella lingua mette in pausa il mio tremar di mani
che scivolano nelle tasche, inconsistenti e acquose.
Il padrone porta occhiali scuri,
sembra il padrone di tutti i cani del mondo,
con un fischio potrebbe far venire a se milioni di quadrupedi festanti,
ricorda un monolite o pezzo di montagna staccato da chissà dove,
ma si muove, lentamente,
fino a sparire negli occhi di qualcun’altro.
E’ il mio compleanno. Ora, in questo momento.
Solo perché l’urlo che mi esce di gola ricorda quello della nascita. 
Almeno credo, non posso esserne certo.
Il sentirmi bagnato e cieco avvalora la mia teoria.
Festeggio un minuto.
Un minuto in cui mi sono seduto per terra a fare nodi con gli aghi di pino.
A guardare questo ventre di cielo spaccato in due
che mi ha donato il colore degli occhi.
Ho acceso la mia candelina.
Pall Mall blu.
Ma alla mia festa sono arrivato in ritardo
la gamba destra dormiva sognando calci di nuvole
e passi perduti nei corridoi di lampioni inutili.
Mi scriverò un biglietto di auguri
che il mio prossimo respiro saprà già a memoria
e non si offenderà.

sabato 22 febbraio 2014

La tregua

Il bicchiere di vino mi calma.
Due dita rosse afferrano la gola.
Sono per loro la mosca che non dovrebbe ronzare. Che dovrebbe solo stare immobile.
E poi i girasoli di plastica,
depositi di polvere,
ombre dal capo chino che danno colore,
un colore che fa venir voglia di staccarsi i denti che si usano per sorridere
per evitare di sprecarli per una così inutile occasione.
Ho un problema che ho annotato sul vetro sporco della finestra.
C’è stata la pioggia e la figlia di puttana ha portato via tutto.
Il vetro è rimasto sporco così come le unghie usate per grattare via la pelle troppo pesante.
E così nudo posso morire di freddo.
Posso schierarmi dalla mia parte contro il vento che fa vibrare i panni stesi
e mettere in scena una guerra fatta di colpi di fumo,
di risate di auto, di capelli nelle canne dei fucili, di inchiostro sulle labbra.
Ma quello che mi uccide è la tregua.
Subdolo modo per allenarsi ad essere felice.
La tregua si.
Una strada fatta di aria per respirare e liquido per galleggiare,
dove il cervello è una foto di Dio che accarezza una piccola luna
e il cuore un cespuglio dove ho perso gli occhiali.
Li dentro, o li fuori, c’è odore di domande alle quali la migliore risposta è un’altra domanda,
è aspettare che il sangue faccia il proprio dovere e spacchi il momento con un colpo di vita.