sabato 22 febbraio 2014

La tregua

Il bicchiere di vino mi calma.
Due dita rosse afferrano la gola.
Sono per loro la mosca che non dovrebbe ronzare. Che dovrebbe solo stare immobile.
E poi i girasoli di plastica,
depositi di polvere,
ombre dal capo chino che danno colore,
un colore che fa venir voglia di staccarsi i denti che si usano per sorridere
per evitare di sprecarli per una così inutile occasione.
Ho un problema che ho annotato sul vetro sporco della finestra.
C’è stata la pioggia e la figlia di puttana ha portato via tutto.
Il vetro è rimasto sporco così come le unghie usate per grattare via la pelle troppo pesante.
E così nudo posso morire di freddo.
Posso schierarmi dalla mia parte contro il vento che fa vibrare i panni stesi
e mettere in scena una guerra fatta di colpi di fumo,
di risate di auto, di capelli nelle canne dei fucili, di inchiostro sulle labbra.
Ma quello che mi uccide è la tregua.
Subdolo modo per allenarsi ad essere felice.
La tregua si.
Una strada fatta di aria per respirare e liquido per galleggiare,
dove il cervello è una foto di Dio che accarezza una piccola luna
e il cuore un cespuglio dove ho perso gli occhiali.
Li dentro, o li fuori, c’è odore di domande alle quali la migliore risposta è un’altra domanda,
è aspettare che il sangue faccia il proprio dovere e spacchi il momento con un colpo di vita.


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