Il bicchiere di vino mi
calma.
Due dita rosse afferrano la
gola.
Sono per loro la mosca che
non dovrebbe ronzare. Che dovrebbe solo stare immobile.
E poi i girasoli di
plastica,
depositi di polvere,
ombre dal capo chino che
danno colore,
un colore che fa venir
voglia di staccarsi i denti che si usano per sorridere
per evitare di sprecarli per
una così inutile occasione.
Ho un problema che ho
annotato sul vetro sporco della finestra.
C’è stata la pioggia e la
figlia di puttana ha portato via tutto.
Il vetro è rimasto sporco
così come le unghie usate per grattare via la pelle troppo pesante.
E così nudo posso morire di
freddo.
Posso schierarmi dalla mia
parte contro il vento che fa vibrare i panni stesi
e mettere in scena una
guerra fatta di colpi di fumo,
di risate di auto, di
capelli nelle canne dei fucili, di inchiostro sulle labbra.
Ma quello che mi uccide è la
tregua.
Subdolo modo per allenarsi
ad essere felice.
La tregua si.
Una strada fatta di aria per
respirare e liquido per galleggiare,
dove il cervello è una foto
di Dio che accarezza una piccola luna
e il cuore un cespuglio dove
ho perso gli occhiali.
Li dentro, o li fuori, c’è
odore di domande alle quali la migliore risposta è un’altra domanda,
è aspettare che il sangue faccia
il proprio dovere e spacchi il momento con un colpo di vita.
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