E così mi sono fermato.
Immobile come un cartello su un prato.
Chissà cosa c’è scritto sopra.
Sopra di me.
Non calpestare.
O forse non c’è scritto niente, può passare chiunque e
scarabocchiare qualcosa.
Da questa distanza ,
il cane che trotta con la lingua di fuori , non ha
razza.
E’ un massa pelosa con una virgola rosa che muore sdraiata
ad un lato della bocca.
Quella lingua mette in pausa il mio tremar di mani
che scivolano nelle tasche, inconsistenti e acquose.
Il padrone porta occhiali scuri,
sembra il padrone di tutti i cani del mondo,
con un fischio potrebbe far venire a se milioni di
quadrupedi festanti,
ricorda un monolite o pezzo di montagna staccato da chissà
dove,
ma si muove, lentamente,
fino a sparire negli occhi di qualcun’altro.
E’ il mio compleanno. Ora, in questo momento.
Solo perché l’urlo che mi esce di gola ricorda quello della
nascita.
Almeno credo, non posso esserne certo.
Il sentirmi bagnato e cieco avvalora la mia teoria.
Festeggio un minuto.
Un minuto in cui mi sono seduto per terra a fare nodi con
gli aghi di pino.
A guardare questo ventre di cielo spaccato in due
che mi ha donato il colore degli occhi.
Ho acceso la mia candelina.
Pall Mall blu.
Ma alla mia festa sono arrivato in ritardo
la gamba destra dormiva sognando calci di nuvole
e passi perduti nei corridoi di lampioni inutili.
Mi scriverò un biglietto di auguri
che il mio prossimo respiro saprà già a memoria
e non si offenderà.
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