“ Cos’hai? Ti fanno male gli
occhi? “
“ Si, un po’.”
“ Perché guardi troppe cose
che ti fanno male. “
“ Stronzate. Tu che ne sai?
“
“ Lo so. Vedi, io ho un
dolore qui alla gola per le tutte le parole che spreco,
ne escono troppe rispetto a
quelle che vanno a destinazione. Come scoccare dieci frecce
e vederne solo una
conficcata nel centro del bersaglio.”
“ Ripeto: Stronzate. Dici
solo stronzate.”
L’uomo col dolore agli occhi
fece un cenno al cameriere.
“ Ci porti altre due birre
per favore”
“ Certo, subito.”
Lasciò un mezzo sorriso sul
tavolino come si porta un posacenere vuoto e sparì nel locale.
“ Io non la voglio un ‘altra
birra” , disse l’uomo col dolore alla gola, “ tu bevi troppo” aggiunse.
“ e tu bevi troppo poco”.
Il sole piegò le ali e
rimase fermo nel cielo come un adesivo attaccato malamente dalle mani tremanti
di qualcuno, pareva cadere, ma non era ancora tempo.
Un cane attraversò di corsa
la piazza, dietro il saltellare meccanico di un piccione. Quando questi volò il
cane annusò per un attimo l’aria, la lingua di fuori era un seconda coda, e poi
alzò la zampa e pisciò sulla gamba di un tavolino dove stavano seduti due
vecchi imbalsamati.
“Via! Via bestiaccia!”
agitando la scimitarra di carta con su scritte le notizie del giorno.
Il cane rise e se ne andò. “
Maledetto cane e maledetto piscio” rivolto all’altro vecchio che
dormiva a bocca spalancata.
“ Ecco le vostre birre”
disse il cameriere.
“ Grazie. Quant’è?”
“ Il conto è già stato
pagato”.
“Pagato? E da chi?”
Dal viso del cameriere si
allungavano due gocce di sudore, sembravano due lacrime solo che cadevano dalla
base delle orecchie. Guardò un angolo della piazza.
“ Quel signore li. Ha pagato
il vostro conto.”
“ E chi lo conosce”.
L’uomo col dolore agli occhi
cercava risposte nell’aria rarefatta della piazza, strizzando gli occhi cercava
di distinguere quella sagoma scura seduta su ciò che rimaneva di una panchina di legno.
“ Quel tizio ci ha pagato da
bere. E’ amico tuo?”
L’uomo col dolore alla gola
stava grattando la pancia del cane che nel frattempo si era sdraiato sotto
l’ombra del tavolino.
“ No. Non lo conosco.”
“ Ma non l’hai neanche
guardato”.
“ Io non volevo da bere
quindi non lo conosco”.
“ Lo sai che ti dico? “
L’uomo col dolore agli occhi
si versò da bere, alzò il bicchiere gocciolante
rivolto verso la sagoma nell’angolo della piazza, fece un inchino con la testa e
affondò le labbra nella schiuma bianca.
La morte sentiva un caldo
terribile.
Se ne stava seduta su una
panchina sotto l’ombra di un qualche albero, si guardò le mani umide, aveva la
gola secca.
Un uomo gli si avvicinò
senza rumore e gli chiese da accendere.
“ Non fumo.”
“ Ah..beato lei”
“ Dovrei cominciare”
L’uomo accennò un sorriso da
fuga.
“ Anzi, me ne dia una, per
favore”.
L’uomo sembrava confuso,
forse dalla sensazione angosciante di aver guadagnato con quel gesto cinque
minuti di vita. Prese una sigaretta dal pacchetto blu e la poggiò con
delicatezza e terrore sul ginocchio destro della morte ,che rimaneva immobile.
L’uomo si allontanò a passo
svelto sibilando un arrivederci.
La morte non rispose.
Si alzò di scatto, come se
il legno della panchina fosse fuoco vivo, e si diresse verso i tavolini del bar
con la sigaretta spenta tra le labbra e un guinzaglio stretto nel pugno.
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