venerdì 17 gennaio 2014

La piazza


“ Cos’hai? Ti fanno male gli occhi? “
“ Si, un po’.”
“ Perché guardi troppe cose che ti fanno male. “
“ Stronzate. Tu che ne sai? “
“ Lo so. Vedi, io ho un dolore qui alla gola per le tutte le parole che spreco,
ne escono troppe rispetto a quelle che vanno a destinazione. Come scoccare dieci frecce
e vederne solo una conficcata nel centro del bersaglio.”
“ Ripeto: Stronzate. Dici solo stronzate.”
L’uomo col dolore agli occhi fece un cenno al cameriere.
“ Ci porti altre due birre per favore”
“ Certo, subito.”
Lasciò un mezzo sorriso sul tavolino come si porta un posacenere vuoto e sparì nel locale.
“ Io non la voglio un ‘altra birra” , disse l’uomo col dolore alla gola, “ tu bevi troppo” aggiunse.
“ e tu bevi troppo poco”.
Il sole piegò le ali e rimase fermo nel cielo come un adesivo attaccato malamente dalle mani tremanti di qualcuno, pareva cadere, ma non era ancora tempo.
Un cane attraversò di corsa la piazza, dietro il saltellare meccanico di un piccione. Quando questi volò il cane annusò per un attimo l’aria, la lingua di fuori era un seconda coda, e poi alzò la zampa e pisciò sulla gamba di un tavolino dove stavano seduti due vecchi imbalsamati.
“Via! Via bestiaccia!” agitando la scimitarra di carta con su scritte le notizie del giorno.
Il cane rise e se ne andò. “ Maledetto cane e maledetto piscio” rivolto all’altro vecchio che
dormiva a bocca spalancata.

“ Ecco le vostre birre” disse il cameriere.
“ Grazie. Quant’è?”
“ Il conto è già stato pagato”.
“Pagato? E da chi?”
Dal viso del cameriere si allungavano due gocce di sudore, sembravano due lacrime solo che cadevano dalla base delle orecchie. Guardò un angolo della piazza.
“ Quel signore li. Ha pagato il vostro conto.”
“ E chi lo conosce”.
L’uomo col dolore agli occhi cercava risposte nell’aria rarefatta della piazza, strizzando gli occhi cercava di distinguere quella sagoma scura seduta su ciò  che rimaneva di una panchina di legno.
“ Quel tizio ci ha pagato da bere. E’ amico tuo?”
L’uomo col dolore alla gola stava grattando la pancia del cane che nel frattempo si era sdraiato sotto l’ombra del tavolino.
“ No. Non lo conosco.”
“ Ma non l’hai neanche guardato”.
“ Io non volevo da bere quindi non lo conosco”.
“ Lo sai che ti dico? “
L’uomo col dolore agli occhi  si versò da bere, alzò il bicchiere gocciolante rivolto verso la sagoma nell’angolo della piazza, fece un inchino con la testa e affondò le labbra nella schiuma bianca.

La morte sentiva un caldo terribile.
Se ne stava seduta su una panchina sotto l’ombra di un qualche albero, si guardò le mani umide, aveva la gola secca.
Un uomo gli si avvicinò senza rumore e gli chiese da accendere.
“ Non fumo.”
“ Ah..beato lei”
“ Dovrei cominciare”
L’uomo accennò un sorriso da fuga.
“ Anzi, me ne dia una, per favore”.
L’uomo sembrava confuso, forse dalla sensazione angosciante di aver guadagnato con quel gesto cinque minuti di vita. Prese una sigaretta dal pacchetto blu e la poggiò con delicatezza e terrore sul ginocchio destro della morte ,che rimaneva immobile.
L’uomo si allontanò a passo svelto sibilando un arrivederci.
La morte non rispose.

Si alzò di scatto, come se il legno della panchina fosse fuoco vivo, e si diresse verso i tavolini del bar con la sigaretta spenta tra le labbra e un guinzaglio stretto nel pugno.

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