martedì 15 aprile 2014

Rifiuti


C’è un uomo che vive nell’intercapedine delle mie parole.
Fa una vita tutto sommato regolare, durante i miei silenzi, dorme.
Un lieve russare mi ricorda che c’è, ricorda il rumore deciso di una mandibola che mastica arachidi salate;  quando cambia posizione il suono per un attimo cessa, il deglutire copre ogni presenza.
Penso sia un uomo. Questo che vive nell’intercapedine delle mie parole, dico.
Ha le fattezze di un uomo, anche se non ci giurerei.
Ogni tanto lo vedo in piedi, di schiena, con una mano appoggiata su un fianco e l’altra invisibile, inghiottita dalle sue spalle.  
Poco fa era li, al solito, nella stessa posizione.
Sto pisciando sussurra.
Allora è un uomo.
Con la testa reclinata all’indietro mi dice che sta buttando fuori tutte le parole che avrei dovuto dire e non ho detto, i rifiuti.
Non servono a te e non servono a me. Ne avrai di nuove ma saranno sempre le stesse.
Diventeranno cose che non avranno più valore, certo, alcune le potrai riciclare, potrai far fesso qualcuno spacciandole per nuove, ma di certo non potrai fregare me.
Si è spostato di lato, come fanno le tende la domenica mattina per far passare la lentezza della festa,
ed è sparito.
Dopo la scintilla dell’accendino e la prima boccata di fumo non c’è stato più un rumore, tranne
quel costante suono di mandibola dedita a frantumare.

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