C’è un uomo che vive nell’intercapedine
delle mie parole.
Fa una vita tutto sommato
regolare, durante i miei silenzi, dorme.
Un lieve russare mi ricorda
che c’è, ricorda il rumore deciso di una mandibola che mastica arachidi salate;
quando cambia posizione il suono per un
attimo cessa, il deglutire copre ogni presenza.
Penso sia un uomo. Questo
che vive nell’intercapedine delle mie parole, dico.
Ha le fattezze di un uomo,
anche se non ci giurerei.
Ogni tanto lo vedo in piedi,
di schiena, con una mano appoggiata su un fianco e l’altra invisibile,
inghiottita dalle sue spalle.
Poco fa era li, al solito,
nella stessa posizione.
Sto pisciando sussurra.
Allora è un uomo.
Con la testa reclinata all’indietro
mi dice che sta buttando fuori tutte le parole che avrei dovuto dire e non ho
detto, i rifiuti.
Non servono a te e non
servono a me. Ne avrai di nuove ma saranno sempre le stesse.
Diventeranno cose che non avranno
più valore, certo, alcune le potrai riciclare, potrai far fesso qualcuno
spacciandole per nuove, ma di certo non potrai fregare me.
Si è spostato di lato, come
fanno le tende la domenica mattina per far passare la lentezza della festa,
ed è sparito.
Dopo la scintilla dell’accendino
e la prima boccata di fumo non c’è stato più un rumore, tranne
quel costante suono di mandibola
dedita a frantumare.
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