mercoledì 18 aprile 2012

L'ultimo uomo

Non c’è nessuno. Non vedo nessuno.
Qualcuno quindi potrebbe esserci, forse fuori dal mio raggio d’azione.
Dal cerchio del mio compasso.
Sono troppo avanti o troppo indietro. Sono avanguardia e demodé.
Una porta chiusa, senza chiave, ma è come se ci fosse.
Ah! L’educazione dell’anima, sottovalutata, lei è così, ci tiene ai modi,
una vecchia bagascia cortese, con un di dietro navigato, ma pura di sguardo.
Non ho valzer da esibire.
Posso offrire un bicchiere di vino, una pentola sprofondata nelle cene cucinate,
un paio di risate con la mano davanti, un caffè niente male,
un miraggio nella ghiacciaia, pioggia d’annata,
cucce di cani col citofono rotto, una faccia di schiena.
Posso mostrare condomini affollati, dove il mio nome è un cenno del capo,
le donne che ho spiato mentre mi amavano, veleno e pezzi di pizza,
assuefazione. Cazzate.
I libri no, quelli mi hanno parlato chiaro,
parole lucenti, mattoni di carta,  il contorno della paura è ancora impresso,
dacci da mangiare ma non mangiarci.
D’accordo, affare fatto.
Ma quella musica mi confonde. Lo so, non si sente ma è la meraviglia del sangue che scorre.
Ho sempre avuto la follia a portata di mano. Le ho toccato spesso il viso,
ma la mie dita sono solo una polvere fina, una brezza d’uomo,
l’undicesimo dito per grattarsi il cuore;
aspetto qualcuno, che porti un abbraccio da sole rovente,
quando sono familiari i passi di chi è immobile e si fa finta di niente.

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