Care, gloriose scarpe.
Mi avete portato nel fuoco
delle ferrovie, attraverso la neve seghettata,
tra le merde di cane e le
merde umane,
accucciate ai piedi di letti
silenziosi a guardare la prospettiva della polvere.
Avete scalciato la musica,
la rabbia, le briciole delle colazioni;
stelle ebeti vi hanno
lasciato passare,
fantasmi vi hanno gelato
l’ultimo passo tra i prati della memoria.
Care, gloriose scarpe.
Chine sotto il peso del mio
corpo vagante,
macchiate dalle ore che la
città sputa dalla propria anima;
avete impresso impronte,
abbattuto porte,
accarezzato un pallone.
Avete bestemmiato la strada
in salita
e morso quella in discesa,
Ora moribonde, le vene
strappate,
sformate, nobilitate dai
sogni,
avevo giurato di buttarvi
via
sdraiato in croce sul
pavimento
guardando il soffitto
e quello che c’era oltre.
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